Rock In Idro: Live Report – Day II

Il secondo giorno del Rock In Idro si preannuncia ancora più caldo del primo, e manterrà la promessa. A fine giornata, uscendo a cercare un po’ di sollievo, si sentirà distintamente la corrente calda e umida vomitata dalle budella del Palasharp uscire dalle porte!

Si nota chiaramente che per tutti l’evento del giorno e il motivo principale dell’affluenza è la reunion dei Faith No More, nonostante la presenza nel bill di altre due band di sicuro richiamo; non vogliamo però trascurare i comprimari chiamati a scaldare la folla (ehm, come se ce ne fosse bisogno, visto il clima!) durante la spasmodica attesa.

Arriviamo ancora provati dal giorno precedente in tempo per l’esibizione degli All That Remains, accolti da un parterre già pieno per più di tre quarti; a partire da loro, tutto il pomeriggio prima dei tre gruppi maggiori ruoterà attorno a quel gran calderone che si può definire metalcore, pur con qualche differenza stilistica fra i diversi act. In particolare gli americani ATR hanno come background un death melodico fatto di ottima tecnica strumentale, come si conviene al genere, condito da strofe più aggressive in growl e ritornelli aperti e melodici, come da copione, niente di nuovo ma eseguito bene e con una buona botta, grazie anche al suono potente ma definito di cui si godrà almeno fino all’esibizione dei Lacuna Coil.

Dei tre gruppi successivi balza subito all’occhio l’età media decisamente bassa di tutti i componenti, soprattutto perché accompagnata da tenuta di palco e capacità tecniche da musicisti rodati e navigati; in compenso latita un po’ di originalità, che sarebbe lecito aspettarsi proprio dai più giovani (chi deve innovare altrimenti, i vecchi dinosauri?) i quali in questo caso preferiscono invece emulare i loro idoli, al massimo spingendo un po’ sul pedale dell’aggressività I successivi Parkway Drive, australiani, sganciano una bomba sonora fra l’hardcore e il panteroso che invita al massacro – non che i presenti si facciano pregare molto! Scatenati sul palco, non fanno sfoggio di tecnica, che comunque c’è e si sente, ma puntano sul massimo impatto risultando veramente ipermassicci.

E’ il turno poi degli inglesi Gallows che ancora rimangono in territorio punk/hardcore (intendiamoci, proprio niente a che vedere col pop punk pulitino cui il mainstream ci ha abituati),con un’esibizione altrettanto poderosa e devastante; la gente è appena leggermente più rada forse perché gran parte delle energie si sono esaurite durante lo show precedente, visto anche il caldo già insostenibile. In compenso il coinvolgimento è ancora altissimo, tanto più quando il cantante si cala fra il pubblico e organizza un grande mosh pit circolare attorno a sé.

Seguono i conterranei Bring Me The Horizon, coi quali torniamo a spostarci verso lo swedish deathcore, anche se più aggressivo rispetto agli All That Remains; l’impatto sonoro è però minore in confronto ai due gruppi che li hanno preceduti, e riesce meno a mascherare quell’impressione di “già sentito”: il tutto, unito alla spossatezza di buona parte dei presenti, rende il loro show un po’ meno riuscito.

Il Palasharp raggiunge un’affluenza ancora maggiore in prossimità del concerto dei Lacuna Coil. La band riunisce attorno a sé anche una percentuale di pubblico differente da quella vista fino ad ora in un festival che ha avuto il pregio di mischiare sonorità differenti sotto la bandiera del rock. All’inizio dello show un probabile inconveniente tecnico rende i suoni davvero pessimi, problema risolto relativamente in poco tempo (dovremo aspettare la terza canzone) e che fortunatamente non inficia la buona riuscita del concerto. I milanesi si confermano una garanzia: il successo raccolto un po’ ovunque da “Shallow Life” fa sì che il nuovo album sia omaggiato in più punti e se i fan di vecchia data preferiscono ricordarseli per il sound più squisitamente gotico dei tempi che furono, i giovani sono in visibilio, tanto che il coinvolgimento di una gran parte del palazzetto è alle stelle. Andrea e Cristina sono una sicurezza, sempre naturali sul palco, mentre il resto della band svolge il suo compito con grande professionalità, forte di una presenza scenica che di sicuro non ha bisogno di prove ulteriori. Tutti cantano sulle note di “Enjoy The Silence” (cover dei Depeche Mode) e di”Our Truth”, ormai inno dell’ensemble meneghino, che conclude l’ottima prova.

Quale sarà la sorte dei Limp Bizkit? Viene spontaneo chiederselo perché gran parte di quei ragazzini che un tempo erano loro supporters, oggi hanno qualche annetto in più e le nuove leve, chissà come accoglieranno la proposta della band? Questo disincantato sound che ha dato il la all’ondata del nu-metal trova comunque un terreno fertile oggi, gran parte dei convenuti cerca di accaparrarsi i posti migliori e non appena la band comincia il suo spettacolo, i dubbi si dipanano. L’energia è quella di un tempo, con un Fred Durst animale da palco e trascinatore, esempio di come la band punti molto sul fattore visivo e la presenza scenica. Wes Borland sfoggia un’inedita veste cyber, mentre Lethal mixa le sue basi da una piattaforma coperta dalla bandiera italiana, omaggio davvero gradito agli astanti. Che poi il loro atteggiamento smargiasso piaccia o meno, e altrettanto la loro musica, è un altro paio di maniche. Si potrebbe dire che la durata del set è stata piuttosto risicata rispetto a quanto preventivato e che la sensazione del “facciamo il nostro lavoro e andiamocene” abbia aleggiato per tutta la durata del concerto, ma lo spessore dello spettacolo è stato indiscutibile.

Che piacere sentire Mike Patton parlare in italiano, persino quello più gergale! Il concerto dei Faith No More è di certo l’avvenimento più atteso oggi e la band non deluderà minimamente le aspettative. Musica, spettacolo, divertimento, con un Mike davvero inarrestabile, al quale si può rimproverare solo di essere arrivato sul finale con la voce in netto calo, ma tutto si aggiusta alle luce di un set indimenticabile. Un set che, tra il rock, il pop e l’heavy metal, propone una serie di classici che danno vita a un amarcord emozionale per tutti, nonostante il buon Mike sciorini presto un “Basta, sono troppo, troppo vecchio per queste cazzate!”, incontrando la naturale ovazione dei presenti. Si comincia con “Reunited” (ma dai!) e si continua in crescendo con “The Real Thing”, “From Out To Nowhere”, “Land Of Sunshine”, “Caffeine” e, sorpresa, una versione in italiano di “Evidence” che “somiglia a Eros Ramazzotti”, a detta del buon Mike! Respiriamo un po’ a metà concerto con la cover di “Easy”, seguita ancora da canzoni che non hanno quasi bisogno di essere presentate: “Introduce Yourself”, l’ironia di “The Gentle Art Of Making Enemies”, “King For A Day…” per arrivare naturalmente a “Epic”, accolta da tutto il Palasharp con un battito di mani. C’è ancora spazio per un encore, con “Stripsearch”, introdotta dal tema “Chariots Of Fire” e per concludere “We care A Lot”. Ci ripetiamo: musica, spettacolo, divertimento, una voglia di intrattenere e di suonare per il puro piacere di farlo, davvero rari. Elementi che hanno reso la reunion dei Faith No More un avvenimento unico.

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