Roberto Quassolo – Recensione: Acoustic Curtain

Nato a Pavia nel 1974, Roberto Quassolo è stato il frontman dei piacentini Dark Horizon, con i quali diede alle stampe “Angel Secret Masquerade” (2010), un disco al quale sarò sempre legato non solo per la sua qualità intrinseca, ma anche per la diatriba che la mia recensione (per un’altra testata) scatenò tra gli appassionati, divisi tra gli inconciliabili estremi di “disco spettacolare!” e “questo non è metal!”. Lasciata la band nel 2018, Roberto non è certo rimasto con le mani in mano: nel 2021 si è infatti legato all’etichetta emiliana LaPOP per dare alle stampe “Il Fabbricanuvole”, mentre nel 2022 è stato pubblicato “Naked Voice” (Underground Symphony), un disco di cover realizzato con Alessandro Del Vecchio al pianoforte, che ancora una volta ho avuto il piacere di commentare in termini piuttosto positivi. Avanti due anni e arriviamo dunque ai giorni nostri, che vedono la pubblicazione di un nuovo lavoro, intitolato “Acoustic Curtain”. Pubblicato digitalmente da Tanzan Music e realizzato in collaborazione con il chitarrista e produttore Mario Percudani, il disco propone una rivisitazione in chiave unplugged di brani scritti nel corso degli anni dallo stesso Quassolo con i Dark Horizon: “Acoustic Curtain” si compone infatti di dieci tracce che attingono in egual misura da “Aenigma”, “Angel Secret Masquerade” e “Dark Light Shades”, aprendosi con una “Back To The Real” che, con il suo elegante intreccio di voce e chitarra, riassume perfettamente la combinazione di melodia e malinconia che aveva caratterizzato il power metal del quartetto.

Della versione riproposta da Quassolo possiamo dire che, come già avvenuto con “Naked Voice”, l’opera di estrema sottrazione compiuta nello svestire il brano da ogni tipo di orpello rappresenta il vero valore aggiunto dell’album: in questo tipo di lavori diventa tutta una questione di particolare e di dettaglio, in un quadro delicato dove ogni scelta ed ogni accento contano, pesano e cambiano lo stato d’animo dell’ascoltatore. Qui ogni piccola aggiunta diventa sostanza, pathos, perfino orchestrazione: una virtuosa esaltazione del relativo nella quale, ad esempio, a “Future World” bastano un paio di cori ed un timido tocco di percussioni per suonare trascinante e perfino maestosa, in una semplicità accattivante della quale Quassolo sembra diventare sempre più autorevole maestro ed infallibile esecutore. Nel complesso si tratta di un’operazione che, complice la performance del cantante pavese, non assume mai i caratteri della rinuncia, o del compromesso: nella sua interpretazione ci sono infatti entusiasmo e passione (“Empty Mirror”), carattere e determinazione, volgendo ancora una volta uno sguardo al passato ma con un piglio che esprime, allo stesso tempo, la volontà di andare avanti verso nuove cose. Da questo punto di vista ci sono alcuni episodi che – giocando con le luci – suonano particolarmente freschi e brillanti: è il caso di una “Master Of The Bright Sea” che non solo conquista con il suo passo lieve e gentile, ma che invita a riscoprire l’ispirazione felice che aveva salutato la composizione di questi brani in prima battuta. Già, perché la rivisitazione di Quassolo ha anche il merito di sottolineare la bontà del materiale di partenza: canzoni belle, robuste, integre, che a distanza di anni continuano a meritare di essere eseguite e seguite tanto in questa versione nuda che – immagino – in quella originale dei Dark Horizon ancora in attività.

Rispetto a “Naked Voice”, vi sono almeno un paio di punti da sottolineare. Il primo è che il materiale eseguito è probabilmente meno conosciuto rispetto ai grandi classici reinterpretati in passato ma fa parte del vissuto personale ed artistico dell’autore, rendendo l’interpretazione vocale ancora più intensa ed appassionata: pur mantenendosi sempre sobrio e misurato, Roberto sembra ancora più coinvolto, come se alla bontà della pura esecuzione si aggiungesse anche il peso del distacco, dei ricordi e – chissà – forse anche quello dei rimpianti. La seconda considerazione riguarda invece la parte strumentale del disco, come detto affidata quasi esclusivamente alle sei corde: nonostante l’accompagnamento svolga egregiamente il suo compito (“Flying In The Wind”), di accompagnamento pur sempre si tratta. Mentre nel disco precedente le parti di pianoforte a cura di Alessandro Del Vecchio assumevano a tratti un carattere deciso e determinante, oggi è esclusivamente la voce a farsi carico del risultato finale, invitando a cercare proprio nel cantato il grosso della bellezza, della storia e dell’emozione. La facilità disarmante con la quale, anche in questa occasione, scorrono questi quarantadue minuti di ottima musica non può che confermare il talento di un artista al quale basta davvero poco per catturare l’attenzione e stabilire una connessione con il suo pubblico: in ogni passaggio di “Acoustic Curtain” si sentono un amore incondizionato per la musica e per la vita, un rispetto per il tempo che passa e per quello passato in compagnia degli ascoltatori (“Time Is A Healer”), un’umiltà ed una purezza esaltate da un minimalismo moderno, spesso necessario, che si spinge oltre i dischi, le parole e le note. Con questa nuova uscita Roberto Quassolo si conferma un interprete tra i più motivati della scena rock italiana, nonché uno dei più coraggiosi per il modo in cui continua a curare con amore e dedizione il proprio piccolo mondo: la facilità con la quale ha conquistato la sua nicchia merita ancora una volta un applauso ed alimenta il desiderio di vederlo alla prova in un contesto più tradizionale, articolato e sfidante. Perché, così come “Eni più Chiara è meglio di Eni”, è possibile che anche “Roberto più una band” siano meglio di Roberto.

Etichetta: Tanzan Music

Anno: 2024

Tracklist: 01. Back to the real 02. Empty mirror 03. Master of the bright sea 04. Future World 05. Sea sirens Voices 06. Flying in the wind 07. The Age of the Light 08. Liar 09. Victim of changes 10. Time is a healer
Sito Web: facebook.com/roberto.quassolo.94

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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