Robert Plant And The Strange Sensation: Live Report della data di Pordenone

Prima di vedere e sentire un artista del calibro di Robert Plant non si può non avere dei seri dubbi sull’opportunità di fare ancora musica, con il fardello di un passato così importante sulle spalle. Al di là delle considerazioni stilistiche e di gusto, non si può certo dire che Plant passerà alla storia per gli ultimi sforzi solisti, o con gli Strange Sensation, ma rimane pur sempre un nome talmente grosso da meritare sempre e comunque rispetto. Quale occasione se non la prova dal vivo per testare la consistenza sua e soprattutto della sua voce? Ma torniamo ai dubbi, causati dalle prestazioni non certo entusiasmanti degli ultimi anni, che inducevano a presentarsi all’appuntamento con più di qualche timore.

Le luci illimuinavano un palco in perfetto equilibrio tra sobrietà e classe, con un elegante drappo rosso a fare da sfondo a strumenti che già visivamente rievocavano le atmosfere esotiche degli ultimi viaggi musicali di Plant. Inutile dire che gran parte del pubblico attendeva con impazienza le gemme del repertorio zeppeliniano. E, senza nulla togliere ad un passato musicale recente dignitoso che però non si avvicina nemmeno lontanamente all’eccellenza di un tempo, è uno di quei casi in cui non si può dare torto alla vox populi. Sorprendente, d’altra parte, che dopo soli due pezzi siano risuonate le note di una ‘Black Dog’ riproposta in un arrangiamento che più groovy non si poteva. E la voce? Magnifica, meglio delle più rosee aspettative, così come l’energia di Plant sul palco. Dopo la poco efficace rilettura di ‘Hey Joe’ era la volta di uno dei picchi emotivi della serata: ‘Going To California’, accompagnata dal contrabbasso, rivelava tutte le sfumature cui la voce di Plant può dar vita, e con risultati che parlano dritti al cuore. Buona, fra le nuove proposte, ‘Another Tribe’, anche se bisognava di nuovo attendere uno dei pezzi da novanta della band madre perchè l’incantesimo fosse pienamente compiuto: ‘What Is And What Should Never Be’ arrivava a sorpresa e piena di energia, per la reazione di un pubblico sempre più in visibilio. E fa piacere constatare come al concerto non siano accorsi soltanto quelli della generazione di Plant, a testimonianza che un senso della storia del rock ancora esiste. Dopo un altro paio di pezzi e circa un’ora di grande intensità musicale arrivava un altro toccante crescendo emotivo con ‘Gallows Pole’ (perfetti all’acustica i compagni d’avventura degli Strange Sensation). Semplicemtne entusiasmante il primo bis, con ‘When The Levees Breaks’, mentre la seconda acclamazione del pubblico serviva a riportare sul palco Plant per una versione di ‘Whole Lotta Love’ da lasciare senza fiato.

La gente a quel punto fremeva, forse si attende ancora qualcosa, ma forse il prolungamento di quella che è stata una notte così intensa non avrebbe fatto che rovinarla. Si riaccendevano luci, rimaneva la certezza che Robert Plant è ancora lontano dal gettare la spugna. E non può che far piacere.

giovanni.barbo

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Appassionato di cinema americano indipendente e narrativa americana postmoderna, tra un film dei fratelli Coen e un libro di D.F.Wallace ama perdersi nelle melodie zuccherose di AOR, pomp rock, WestCoast e dintorni. Con qualche gustosa divagazione.

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