Entrato dieci anni fa ed in maniera rocambolesca nei Gamma Ray, come seconda voce e con lo scopo di alleggerire il lavoro in capo a Kai Hansen, Frank Beck ha cominciato a cantare a tre anni, interpretando “Ave Maria” sul balcone della casa della nonna. Accompagnato sulle agitate sponde del rock da “Made In Japan” dei Deep Purple, con Ian Gillan che ad oggi rimane uno degli interpreti che più lo ispirano, Beck ha poi intrapreso la “solita trafila” di ascolti formativi (Rainbow, Whitesnake, Black Sabbath, Dio, Iron Maiden, Helloween) che lo avrebbero portato, pur senza significative esperienze con altre formazioni, direttamente alla corte di re Kai. E’ però dall’incontro con Frontiers, e con Alessandro Del Vecchio in particolare, che sono nati i presupposti per una nuova avventura che permettesse al cantante tedesco di coltivare una vena più orientata al power europeo, grazie ad una manciata di brani scritti insieme al collaudato compositore australiano Brett Jones (già autore di molti progetti per l’etichetta di Napoli) ed allo stesso musicista e produttore italiano. Con la band completata dal batterista Mirko De Maio, i Risen Atlantis tengono fede alle aspettative con un approccio sorprendentemente ruvido e tirato, come quello dell’opener “Forever Spoken”: melodico e veloce, il brano d’apertura presenta tutti gli stereotipi del genere, dai cori al riffing, nonostante la melodia che dovrebbe tenere il tutto insieme non sia delle più memorabili ed anche l’assolo di chitarra si trascini alla sua conclusione senza particolare convinzione…
Il ruvido Beck appare comunque a proprio agio, finalmente padrone della scena ed orgoglioso – lo si direbbe dalla passione che traspare lungo l’intera scaletta – per una voce che dopo una decina d’anni non è più relegata ad un ruolo di supporto. La seguente “Glory For The Brave”, che vede una presenza delle tastiere più accentuata, è meno power e più efficace: più affine ad un potente hard’n’heavy contemporaneo, e soprattutto improntata ad una maggiore semplicità, la canzone conquista per le sue poche pretese, per il contrasto tra la grana grossa della strofa e quella più fine del ritornello, per un cantato a volte straripante e non perfetto nella forma, e che proprio grazie all’imperfezione della ripresa si fa apprezzare ancora di più. Nonostante una copertina già vista ma tutto sommato improntata ad una certa eleganza, “Power To The Past” si rivela un disco decisamente fisico, rustico, in linea col personaggio di chi ci ha messo il nome: il suo è un approccio ancora tormentato, perché la formula non è chiara e perfettamente compiuta, ma la cui base appare genuina e credibile.
Se lo scopo di Beck era però quello di avvicinarsi alla classe di Ronnie Atkins, Jorn o Jeff Scott Soto, siamo ancora abbastanza lontani: l’interpretazione non dimostra per ora la stessa autorevolezza, complici un materiale non sempre all’altezza (“Legacy Divine” è solo uno dei tanti episodi che non dicono, né lasciano molto, nonostante l’ambizione sinfonica) ed anche una visione d’insieme che al momento appare più volenterosa che compiuta, come evidenziato dalla debole title-track. Allo stesso tempo si avverte una rinfrescante sensazione di energia, un’atmosfera informale che richiama quella della sala prove, una potenzialità che in alcuni – ed isolati – episodi fa pensare in termini positivi al futuro del progetto.
Per quanto l’entusiasmo con il quale il frontman di Saarbrücken presenta il suo primo lavoro sia comprensibile, quello dei Risen Atlantis rimane un debutto prolisso, fatto d’intenti che solo occasionalmente trovano un’espressione compiuta ed una realizzazione asciutta, matura: il fatto che questo avvenga spesso in corrispondenza degli episodi meno pretenziosi e più ripetitivi (“Sea Of Tranquillity”, “Lost In Time”) definisce chiaramente i limiti strutturali di un prodotto capace di smuovere solamente quando le sue ambizioni rimangono terrene ed a comoda portata di mano. “Power To The Past” può essere insomma trovare il suo decoroso posto tra gli “album / biglietti da visita”, che presentano un’idea, prototipano un prodotto trascurando il dettaglio, lanciano l’amo sperando che i radar del pubblico e della stampa prendano nota ed alimentino un’attesa allineata. E per quanto i momenti da ricordare all’interno del disco siano prossimi allo zero (con testi a tratti banali ed anche la ballad “Trapped In Heaven” da dimenticare senza particolari rimpianti, né sensi di colpa), la sensazione finale è lungi dall’essere amara: Beck è rustico, onesto e ci mette chiaramente il cuore, meno in controllo di quello che forse egli stesso avrebbe sperato (“No Hell For The Good” lo porta in giro, come fosse un ospite all’interno del suo stesso album) ma allo stesso tempo dotato di quel carattere e di quella grinta che fanno così bene al rock, al futuro, alla musica in generale.

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Etichetta: Frontiers Music Anno: 2025 Tracklist: 01. Forever Spoken 02. Glory For The Brave 03. Legacy Divine 04. Sea Of Tranquillity 05. Mystic Maze 06. No Hell For The Good 07. Trapped In Heaven 08. Lost In Time 09. A Million Miles Away 10. Power To The Past 11. Wrong Destiny Sito Web: facebook.com/frank.beck.54 |
