Rian – Recensione: Wings

Il mio primo contatto con i Rian avvenne nel 2021, quando ebbi l’opportunità di recensire il loro secondo disco: “Twenty-Three” conteneva ottime melodie ma, a mio parere, portava in dote anche una certa mancanza di mordente e di ruvidità che ne aveva in quella occasione limitato l’impatto. A distanza di due anni, il quartetto svedese fronteggiato da Richard Andermyr ritorna per affrontare la sfida più ardua, quella del terzo album, rafforzato dall’esperienza di Eric Ragno (Dante Fox, China Blue, London) alle tastiere e dal mixing affidato alle sapienti mani di Dennis Ward (Magnum, Pink Cream 69, Khymera). Dal punto di vista musicale, “Wings” presenta in effetti una struttura leggermente più croccante del predecessore: se infatti strofe e ritornelli sono ispirate alla dolcezza assoluta tipica del melodic, è soprattutto nel lavoro di chitarra affidato a Tobias Jakobsson che si avvertono una compattezza ed un sostegno appena più convinti ed efficaci (“We Ride”). Allo stesso tempo, e non è detto che questo debba rappresentare un problema, i Rian confermano convinti la predilezione per un approccio melodico che loro stessi collocano nella seconda metà degli anni ottanta, nel quale i suoni sono generalmente arrotondati e le melodie si fanno apprezzare più per la loro fluidità che per il modo in cui si ficcano nella memoria.

Wings” si apprezza quindi di più una volta che si riesce ad abbracciare, senza troppi rimpianti, la sua candida anima bipolare, consapevoli che il riffing trionfante posto in apertura di quasi tutti i brani (“War Is Over”, “When You’re Gone”) non intende affatto indirizzarne lo stile né definirne la natura: tutte le canzoni vengono infatti ricondotte, nel giro di un pugno di battute, sui binari di un rock costruito con passione e perizia… ma anche con una capacità limitata di emergere dalla massa. Il fatto che ogni traccia abbia più o meno la stessa lunghezza è un ulteriore indicatore della ripetitività, seppur confezionata con eleganza, che affligge non solo “Wings” ma anche le idee messe in campo dai Rian. Lungo i suoi cinquanta minuti il disco presenta una disposizione degli strumenti sempre molto simile, un’interpretazione che più lineare non si potrebbe da parte di Andermyr e – soprattutto – un apporto da parte di Ragno che nulla toglie ma nemmeno aggiunge: i suoi sono infatti piccoli interventi più indirizzati a riempire possibili vuoti che non a rafforzare la crescita stilistica della formazione scandinava.

Don’t Wait For The Fire” è forse una delle tracce più esemplificative: l’assolo di chitarra è pregevole ed il finale di batteria incisivo, ma entrambi gli elementi finiscono col giustificare difficilmente la loro presenza nel contesto di una prova generica che nulla ha a che fare con essi. E così, anche se si registrano con piacere alcuni disordinati ed isolati sussulti, basta passare alla successiva “Dance The Night Away” per capire che neanche in questa circostanza i Rian hanno davvero intenzione di stupire e segnare un vigoroso balzo in avanti. Le cose vanno in parte meglio con le ballad, un genere evidentemente più congeniale alla visione romantica e rilassata che permea questo lavoro: “One In A Million” e “The Silence Of Our Dreams” toccano tutte le corde giuste, compresa una consistente teoria di luoghi comuni, e riescono in un certo senso a reggersi sulle proprie spalle pur senza regalare – a conti fatti – un’emozione contagiosa che valga la pena condividere.

Nonostante l’immagine di band arrembante e dinamica (“On The Wind”), i Rian si confermano in realtà una formazione con le idee tanto chiare quanto immobili, felicemente ancorata agli schemi classici ed alle sonorità pulite di quaranta (quaranta!) anni fa. Con l’aggravante che questo non è il classico disco realizzato serialmente dai soliti noti di casa Frontiers, ai quali un’occasionale stanchezza si può perfino perdonare: qui si parla di metterci il nome e la faccia, di mettersi in gioco e trovare un posto luminoso in un cielo già molto affollato… tutti passaggi ai quali gli svedesi non sembrano molto interessati, preferendo invece indugiare in una “Look At The Stars” che, a partire dal titolo fino al suo finale scolastico, non promette né mantiene nulla di eccitante. Se raccontando il lavoro precedente si poteva ancora sperare in una qualche evoluzione più ruvida ed al passo con i tempi, “Wings” mette le cose in chiaro ed individua con disarmante convinzione il pubblico al quale questo lavoro è indirizzato. Un pubblico che rimane consistente e perfettamente capace di determinare da solo le fortune commerciali di questo progetto, ma che per questi musicisti di Stoccolma rappresenta un punto di riferimento ossessivo e, rimango della mia idea, limitante assai.

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore;
fecemi la divina podestate,
la somma sapïenza e ‘l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate.

(Inferno III, vv. 1-9)

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. Carry My Wings 02. We Ride 03. Don't Wait For The Fire 04. Dance The Night Away 05. War Is Over 06. Look At The Stars 07. One In A Million 08. On The Wind 09. When You're Gone 10. The Silence Of Our Dreams 11. Eternity
Sito Web: facebook.com/rianisalive

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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