Rhino – Recensione: Human Farm

Esempio di rara efficacia, la breve presentazione dei Rhino contiene tutti gli elementi in grado di solleticare una certa curiosità nei confronti della band italiana. Si sono formati a Catania nel 2012. Hanno esperienza. Suonano stoner/desert rock, così sappiamo come regolarci. Hanno pubblicato il primo album nel 2017 (“The Law of Purity”) con la stessa etichetta – Argonauta Records – che oggi li accompagna all’appuntamento della seconda uscita. Non hanno cambiato. Sarà per i bizzarri nomi d’arte scelti dai cinque isolani (Frank the Doc alla voce, Frank Real Tube e Red Frank alla chitarra, Frank The Door al basso e Lord J. Frank alla batteria), sarà che il testo in perfetto inglese scorre senza incertezze e pieno di fatti, sarà che tra le righe sembra di cogliere più di quanto loro stessi non vogliano rivelare, sta di fatto che a questo “Human Farm” ci si avvicina con simpatia e sana curiosità, nonostante genere e copertina dell’album guidino le aspettative in una direzione stilistica in qualche modo prevedibile. Grazie a brani che non hanno nessun timore di assestarsi tra i cinque ed i sette minuti, questo secondo lavoro della formazione siciliana trova proprio nel placido scorrere del tempo la sua componente più distintiva ed ipnotica, consistente al punto da tradurre in note – e qui affiora anche la naturale componente psichedelica – quell’idea di “fuga, evasione dalla realtà (percepita come noiosa o problematica), messa in atto cercando rifugio nell’immaginazione o nel divertimento”. Tanto calzante nei confronti di “Human Farm” che anche i saggi della Treccani che l’hanno elaborata potrebbero rientrare tra i loro fan.

Della prima traccia “Agony & Madness” si potrebbe citare il bilanciamento già piuttosto maturo, l’ottima produzione con suoni caldi ma non eccessivamente compressi e l’efficace dialogo tra basso e chitarre, senza dimenticare la prova misurata – ed altrove anche capace di notevoli dolcezza ed espressività – di Frank The Doc alla voce. Pur senza distogliere lo sguardo dai dettami del genere, i Rhino riescono a spingere senza problemi su un acceleratore che li porta, con risultati convincenti e coerenti, anche nella direzione del rock moderno, di stampo e costruzione (più) americana: è ad esempio il caso di una “Planet Of Dust” il cui nome polveroso non deve spaventare, dal momento che il brano presenta un crescendo ed un’apertura a fine chorus di una freschezza più simile ad Alter Bridge che non a Kyuss.

E’ grazie ad un lodevole senso della misura, nel quale si avverte forte l’esperienza accumulata, che la corposa estensione delle tracce più lunghe non rappresenta mai un problema, vuoi per la concatenazione sempre fluida dei differenti atti vuoi per l’intelligente inserimento di episodi più immediati, come una “Big Clouds Again” di derivazione marcatamente heavy (perfetta insomma per fare contenti quelli di metallus), una “Padrock” che nel cantato mi ha ricordato addirittura gli Ugly Kid Joe di  Whitfield Crane o una “Gentle Sound Of The Knife” che in soli tre minuti offre una rappresentazione minima, un’esperienza essenziale ma pur sempre coerente con il contesto e l’ambizione di questo nuovo album d’intensità leggera. O intensa leggerezza a seconda di quali delle sue caratteristiche si vorranno ascoltare con maggiore attenzione. Tra cori interpretati con passione, assoli di chitarra e le inevitabili chiocciole di basso che definiscono tutte le proposte di questo tipo, “Human Farm” esibisce orgoglioso le sue componenti più semplici ed immediate, rifinendole con qualche delicato effetto (come un’eco qua e là) ma lasciando che siano l’insieme e la chimica a funzionare, grazie ad una registrazione che ha – tra gli altri – il pregio di restituire almeno in parte l’affiatamento ed il senso di una passione condivisa.

Mentre molti dischi di genere desert/stoner evocano con i loro suoni e le loro ripetizioni dolcemente oppressive l’infuocato rosso dei tramonti, è invece nella luce cangiante dell’alba che si coglie l’ispirazione e la direzione intrapresa dai Rhino, autori di una prova che – pur senza avere l’ambizione di reinventare un genere, che le camicie di flanella delle foto parlano chiaro – si prende il merito di aggiungere un elemento più fresco e dinamico (vedi la title-track), forse semplicemente siciliano e femminile (“Magic Water”), che ammorbidisce, accoglie, regola e consola. “Human Farm” è esattamente il tipo di disco che ci si aspetterebbe da una band che ha impiegato cinque anni per pubblicare il primo lavoro, ed altri sette per dare alle stampe il suo successore, facendosi nel frattempo le ossa in giro per il Bel Paese, supportando e imparando. Una bella storia, insomma, che come dovrebbe sempre accadere in un mondo dimenticato e perfetto si trasforma con naturalezza in un ascolto carico di riff avvolgenti, buone idee, significato.

Etichetta: Argonauta Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Agony & Madness 02. Planet of Dust 03. Gentle Sound of the Knife 04. Human Farm 05. Magic Water 06. Big Clouds Again 07. Padrock 08. Fast Radio Burst
Sito Web: facebook.com/rhinodesert

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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