Rhino Bucket – Recensione: Rhino Bucket

Se vi state chiedendo perchè riesumare un disco dei Rhino Bucket, la risposta è “associazione di idee”, essendo in corso l’emozionante tour degli Ac/dc. C’era un tempo nel quale venire tacciati di essere cloni di band famose risultava fortemente penalizzante. Formazioni quali i Greta Van Fleet decadi addietro avrebbero ottenuto difficilmente la stessa attenzione mentre, all’inverso, gruppi estremamente validi non ottennero il meritato apprezzamento per via di accostamenti a performer più noti. Si pensi al caso dei Kingdom Come, troppo frettolosamente raffrontati ai Led Zeppelin.

Il combo nasce a fine anni ‘80 nell’area di Los Angeles dall’incontro tra Georg Dolivo (voce/chitarra ritmica) e Greg Fields (chitarra solista). Pur essendo amici di vecchia data, all’epoca suonavano in formazioni differenti, gli Alliance il primo, i Talent il secondo. Una volta che queste realtà semi sconosciute si sciolsero, i due tornarono subito in contatto realizzando un demo. Successivamente partirono alla ricerca di un bassista e batterista stabili approdando a Reeve Downes, conosciuto durante una serie di concerti a Philadelphia, e Liam Jason, fratello di un compagno di classe di Dolivo. Con questa line-up suonano in giro fino a essere notati nel 1989 da un talent scout della label per la quale di lì a poco firmeranno l’agognato contratto discografico. Divertente la genesi del nome: era il periodo in cui il gruppo suonava in ogni dove per poter pagare le bollette, quando un giorno ricevono la telefonata del manager di un locale molto in voga a LA che propone loro un ingaggio fisso per una, due volte a settimana. Dato che non si erano ancora attribuiti un nome e il manager insisteva per averne uno da inserire nel cartellone, una sera durante un party a Greg venne l’idea di farlo scegliere ai presenti, sicchè a fine serata fu scelto quello considerato più demenziale, ripromettendosi di cambiarlo in seguito. Ma con il passare del tempo, sia su insistenza del referente del locale che per affezione, la denominazione Rhino Bucket rimase inalterata.

In fase di produzione si presentano con 22 composizioni, in pratica quasi tutto il repertorio eseguito dal vivo prima della sottoscrizione del contratto, ma solo dieci finiranno sul vinile.

Altra curiosità: durante le registrazioni il produttore, che faceva avanti e indietro da Atlanta, fu letteralmente oggetto di scherno dai nostri, che si divertivano a sottrargli ogni genere di materiale e merce durante i suoi momenti di relax, così da mandarlo in totale confusione e paranoia. Soltanto l’ultimo giorno di lavorazione, prima della sua partenza (ed essere scoperti), gli fecero trovare tutto il maltolto lindo ed impacchettato a regola d’arte di fronte alla stanza dell’hotel!

Ad ogni modo, malgrado le burle, l’abile ed esperto Daniel Rey compie un lavoro mirabile, con suoni estremamente nitidi e cristallini.

Passando all’ascolto, nonostante la band, Dolivo in particolare, abbia sempre respinto con forza qualsivoglia paragone con gli AC/DC, accusando di superficialità la stampa dell’epoca, fin dalle prime note, nella costruzione degli accordi, gli stacchi e il timbro vocale che richiama quello del compianto Bon Scott, non desta stupore l’annoso raffronto con il quintetto australiano, senza nulla togliere agli ottimi spunti e al valore generale dell’uscita. Piuttosto, probabilmente iniziare con certe armonie rappresentò un errore di valutazione laddove non difettano episodi che tentano di discostarsi dai canoni tanto cari ad Angus Young e soci: “Train Ride”, “Goes Down Tonight”, più affine ai Krokus e i Def Leppard di “Let It Go”, “Blood On The Cross”, seppur il coro finale ricordi quello di “Have a Drink On Me”, e la “rollingstoneggiante” “Shot Down” ne sono dimostrazione. Energica l’opener della side b “Even The Sun Goes Down” che vede nella sezione iniziale qualche reminiscenza della riffama dei primi Motörhead. “I’d Rather Go Insane” risulta la più scoppiettante, segue l’ottima “Inside/Outside”, con ogni probabilità la più personale del disco mentre la conclusiva “Ride The Rhino” risulta un gran bell’episodio di hard rock stradaiolo e sanguigno, elevandosi a miglior pezzo dell’album.

In definitiva non siamo di fronte a dei campioni di originalità; comunque l’ensemble ha un suo valore intrinseco e rappresenta tra le migliori alternative che il mercato possa offrire agli afficionados dei maestri della terra dei canguri.

A chi sia destinato l’ascolto è presto detto, ma oltre i devoti agli AC/DC alla ricerca dell’Lp mai inciso con Bon Scott, risulterà gradevole anche agli amanti dell’hard rock diretto e senza fronzoli, ai reduci dall’evento di Reggio Emilia nonchè monito per coloro i quali, con faciloneria, confondono costanza con uno stile che ha influenzato migliaia di gruppi.

Oggigiorno i tempi sono fortunatamente cambiati e se nomi quali Airbourne e Wolfmother possono meritatamente contare su un buon riconoscimento, allora pare oltremodo doveroso rievocare chi, per collocazione storica, non riuscì a ottenere analogo consenso.

Etichetta: Reprise Records

Anno: 1990

Tracklist: 01. One Night Stand 02. Beg for Your Love 03. Train Ride 04. Going Down Tonight 05. Even the Sun Goes Down 06. Blood on the Cross 07. Shot Down 08. I'd Rather Go Insane 09. Inside/Outside 10. Ride the Rhino
Sito Web: https://www.facebook.com/rhinobucket.rocks

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