Ten – Recensione: Return To Evermore

Senza troppi giri di parole: le ultime uscite targate Gary Hughes erano state davvero poca cosa, e la stessa sbandierata opera rock ‘Once And Future King’ si era assestata molto al di sotto delle nostre aspettative e del talento del chitarrista/cantante inglese. Ovvio che la paura di fronte ad una nuova fatica dei Ten, per di più privi dello storico chitarrista Vinny Burns, fosse molta. Per fortuna non tutte le previsioni si avverano e inaspettatamente con questo ‘Return To Evermore’ si ritorna ad intravedere la luce e torna anche la voglia di parlare di canzoni e melodie, invece che di produzione e ospiti. L’iniziale ‘Apparation’ è una classica melodic hard song di stampo britannico, un po’ ultimi Maiden, un po’ Thin Lizzy e con un ritornello davvero azzeccato. Si scivola subito nel prolisso con la seguente ‘Dreamtide’, troppo lunga e banale, ma è uno dei pochi punti veramente deboli della catena. Dopo il celtic-rock di ‘Evermore’, un brano che avreste potuto tranquillamente trovare su ‘Wild Frontier’ di Gary Moore, il disco prende una direzione decisamente più melodica e AOR: ”Sail Away’ è una ballad classica e ben strutturata che non stupisce di certo, ma risulta piacevole. Ancora rock patinato e refrain semi-pop nelle immediate ‘Temple Of Love’ e ‘Even The Ghost Cry’. Un modo molto facile di togliere le castagne dal fuoco, ma anche il metodo migliore per non rischiare di far calare troppo la tensione. Peccato che dopo la sofferente ballata ‘Strangers In The Night’ il trucco sembri non riuscire più così bene e le canzoni successive abbiano il sapore insipido del riempitivo. Quando ormai sembra il caso di rassegnarsi ad una seconda parte meno avvincente della prima arriva invece la sorprendente ‘Tearing Your Heart Out’: un brano cupo e modernista che esce completamente dal contesto, ma probabilmente piace proprio per questa inaspettata ventata di novità nello stile del gruppo. Nel complesso si deve però parlare un ritorno verso le prime e più melodiche uscite che a qualcuno suonerà come una buona notizia e a qualcun’altro come un campanello d’allarme. Noi ci limitiamo a rilevare che questa volta la band albionica ha confezionato un prodotto senza grandi pretese e di facile assimilazione. Visti gli ultimi scivoloni ci sembra un buon punto di ripartenza.

Voto recensore
7
Etichetta: Japan Import / Frontiers

Anno: 2004

Tracklist: 01. Apparition
02. Dreamtide
03. Evermore
04. Sail Away
05. Temple of Love
06. Even the Ghosts Cry
07. Strangers In the Night
08. Evil’s On Top of the World
09. The One
10. Lost Soul
11. Stay A While
12. Tearing My Heart Out

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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