Voivod – Recensione: Retrospettiva

Credo di non dire una fesseria affermando che i Voivod potrebbero tranquillamente vincere il premio come la band più sottovalutata del secolo. Tutti ne parlano, la critica colta e spesso pseudotale li adora, ma in verità, tolto uno sparuto manipolo di allucinati, nessuno li ascolta veramente. Troppo rumorosi agli inizi, troppo cerebrali nel periodo di mezzo, troppo psichedelici con i dischi major, troppo distanti dalle nuove leve metalliche con gli ultimi lavori, insomma, sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato, tanto che a volte mi viene da pensare che sia propria questa loro mancanza totale di tempismo a renderli così unici: in realtà loro vivono e producono musica in un tempo assoluto, completamente disgiunto dalla nostra comune percezione, tant’è che oggi come 10 anni fa e come fra 10 anni, all’improvviso qualcuno può inciampare casualmente in disco chiamato “Dimension Hatross” e non riuscire a toglierlo dal piatto del giradischi (o lettore CD) per quasi un mese. Chiaramente se non siete anche voi affetti dal morbo starete già pensando al solito discorso da “Sottuttino” che cerca di farvi passare per fessi spiegandovi che Lui-L’illuminato capisce il grande valore artistico degli DEI, mentre voi poveri mentecatti non potrete mai arrivarci. Sono qui per dirvi che non è così, che in realtà sono i Voivod ad essere vittime di una cospirazione spazio-temporale che ha finito con il relegarli al ruolo di band da “intenditori”, che loro, e soprattutto la loro musica, sono quanto di più metallico-violento-terrorizzante sia apparso nella musica contemporanea.

Non ci credete? Leggete un po’ qui…

“WAR AND PAIN”-Metal blade-1984

Tanto per cominciare il disco d’esordio dei nostri non si intitola esattamente “Peace And Love”. Se poi ci aggiungete che all’ interno della sleeve fa bella mostra di sé un ringraziamento esplicito al supporto ricevuto da tutti i black-metal fan del mondo, mi viene da pensare che un posticino nella storia del metallo nero lo si debba riconoscere anche a loro. E se le premesse sono queste potete immaginare cosa è questo disco: riff lancinanti e velocissimi, voce al limite dell’ isterismo, suoni grezzi e metallici. In breve una colata di metallo fuso direttamente ‘nella’ vostra testa. Volendo trovare dei punti di riferimento direi che potreste cercare di immaginare i Venom incrociati con i Metallica di ” Kill’em all”, ma qui tutto è mooolto più cupo e feroce. I testi parlano di guerre nucleari che generano mostri, di stregoneria e di come sarebbero felici di spaccarti tutte le ossa del corpo principalmente perché non gli piace come sei vestito. Non credo che nel 1984 ci fossero in giro molti gruppi che potessero fare concorrenza ai Voivod in quanto a violenza sonora e non, ed infatti la critica “seria” non apprezza per nulla l’album e mette alla gogna i nostri insieme ai vari Celtic Frost, Bathory, etc. etichettando il tutto come baracconata per ragazzini dementi. Il che dimostra come non sempre la cultura sia di aiuto quando si tratta di prevedere i cambiamenti che avvengono nella musica.

“RRROOOAAARRR”-Noise-1986

Dopo due anni i Voivod tornano alla carica con un nuovo contratto discografico e dopo essersi già creati un certo nome all’interno della scena internazionale. Il momento è decisamente propizio: il thrash si sta già imponendo come il trend imperante, prevedibilmente l’interesse attorno alla band è palpabile. Purtroppo in questo quadro perfetto la band non riesce a metterci del suo: forse per l’unica volta nella loro carriera i Voivod bucano. Senza usare troppi giri di parole ” RRROOOAAARRR” è un lavoro privo di idee, basato unicamente sull’assalto sonoro che rispetto al debutto si è fatto ancora più caotico. Un titolo come “Fuck Off And Die” la dice lunga su cosa passasse per la testa dei quattro canadesi in quei giorni: violenza, violenza e ancora violenza. Questo album è un treno perennemente sul punto di deragliare, non c’è una logica, non un appiglio, niente di niente. Ben poco si intravede di quello che da lì a qualche mese sarebbe stato il percorso musicale intrapreso. Nonostante tutto le vendite del disco sembrano soddisfare la Noise che considererà i Voivod una priorità per gli anni a seguire.

“KILLING TECHNOLOGY”-Noise-1987

Non so se alla etichetta tedesca ai tempi avessero una palla di vetro, ma è un dato di fatto che non sbagliassero praticamente nulla. A distanza di appena un anno riesce difficile immaginare di trovarsi di fronte alla stessa band di “Rrroooaaarrr”: il nuovo album è un capolavoro di metallo tecnologico e deviante cui è difficile trovare ancora oggi un degno paragone. Con questo lavoro i Voivod abbandonano definitivamente il pianeta terra: lo spazio aperto diventa la loro ossessione. Improvvisamente vi trovate catapultati in un mondo gelido, dove sono le macchine a decidere del vostro futuro e dove la tecnologia è portata all’estremo con l’; unico scopo di fare il più male possibile. Musicalmente la differenza sta più che altro nelle accresciute capacità tecniche che permettono al gruppo di sviluppare le idee con maggiore efficacia rispetto al caos inestricabile dell’album precedente, ma nonostante tutto la violenza non è assolutamente messa in secondo piano, anzi, continuo a pensare che questo rimanga uno dei dischi più disturbanti della storia della musica. Dalla title track posta in apertura fino alla conclusiva “This Is Not An Exercise” non c’è un solo episodio marginale, non un cedimento, tutto è fondamentale per penetrare all’interno della macchinazione, ma se ci riuscite vi accorgerete ben presto che per voi il problema da adesso in poi sarà cercare di uscirne…

“DIMENSION HATROSS”-Noise-1988

Non che i Voivod cerchino di facilitarvi l’impresa. Il successore di “;;Killing Technology” continua ad insistere sul tarlo della tecnologia, con l’aggravante che è pure un concept in cui si immagina di esplorare una dimensione parallela creata dalla collisione alla velocità della luce particelle di materia e anti-materia. Seguendo il Voivod nel viaggio attraverso questo nuovo universo si finisce con lo smarrire la via di casa, ma se siete arrivati fin qua è probabile che non abbiate lasciato poi molto da rimpiangere dietro di voi. Concept allucinato a parte, il lavoro ci presenta una band in costante evoluzione stilistica: la violenza si sta ormai stemperando sostituita da un assalto più subliminale. La voce di Snake si è fatta meno aggressiva e più acida, la chitarre sono meno spigolose, le ritmiche meno serrate e più intricate. Nonostante tutti questi “meno” l’album in realtà aggiunge parecchio alla storia della musica, dimostrando come sia possibile evolversi senza finire col fare tutt’altro e come la creatività non abbia bisogno di confrontarsi con il mondo circostante. Tant’è che da qui in poi i Voivod saranno una band a parte e non sarà più possibile racchiuderli in un qualsiasi genere musicale. Probabilmente perché loro stessi ne stanno plasmando uno nuovo.

“NOTHINGFACE”-1989-MCA

Ancora oggi sembra inspiegabile che il pianeta intero non si sia inginocchiato adorante davanti a questo disco: se la perfezione non è di questo mondo, allora neanche i Voivod lo sono. Riesce difficile descrivere il contenuto di questo album semplicemente perché non esistono termini di paragone attendibili; se “Dimension Hatross” aveva aperto nuove strade al metal moderno, “Nothingface” le percorre ad una velocità folle fino allo sfinimento cerebrale. Il livello tecnico raggiunto è ormai ragguardevole, tanto da permettere ai nostri di rileggere la storia della musica partendo dalla psichedelica per finire al thrash più duro con una naturalezza e un’armonia disarmanti. Il pregio maggiore è proprio quello di non presentare stonature o spigoli, ma di scorrere liscio, in equilibrio perfetto tra tecnica, personalità e melodia. Così come il lato musicale anche le liriche diventano più introspettive e riflessive, quasi ermetiche: la tecnologia da cui guardarsi non è più rappresentata da mostri di metallo, ma dalle macchine che ci accompagnano nella quotidianità. L’orrore è definitivamente penetrato in noi, non possiamo più fidarci di nessuno, siamo soli con i nostri incubi. Il successo sperato comunque sfiora solamente il gruppo che rimane schiacciato tra il consenso underground e l’esigenza di vendere abbastanza da giustificare un contratto major.

“ANGEL RAT”-MCA-1991

Con la formazione ridotta a tre per l’abbandono di Blacky, la band torna a farsi sentire dopo quasi due anni. “Angel Rat” prosegue il percorso intrapreso con l’album precedente spostando ancora maggiormente l’ accento sulla psichedelica. E’ questo in assoluto il lavoro più “acido” del gruppo canadese: chitarre liquide, voce allucinata, layout grafico onirico, tutto contribuisce a creare l’atmosfera. Sembra di essere soli nello spazio, abbandonati su di un pianeta deserto, circondati dall’oscurità, ma contrariamente a quanto si potrebbe pensare non siamo anni luce lontani dalla Terra, bensì seduti sul divano di casa nostra e il gelo che avvertiamo viene da dentro. La fantascienza come chiave simbolica per l’ interpretazione della coscienza, questo è l’ obiettivo di ” Angel Rat”, le macchine questa volta siamo noi, con le nostre ossessioni e le nostre paure. Nonostante questo sia forse il disco meno metallico dei Voivod dal punto di vista musicale, rimane la sensazione di trovarsi al cospetto di qualcosa che potesse nascere solo in un contesto heavy metal, soprattutto se visto come tappa conclusiva di un percorso cominciato anni prima con ” Killing Technology”.

“THE OUTER LIMITS”-MCA-1993

Ultimo disco dei Voivod per la MCA, “The Outer Limits” esce decisamente in sordina: il trend del thrash è ormai esaurito, il grunge è al suo apice e nessuno sembra più interessarsi un granché; di loro. Ignorato o poco più perfino dalle riviste specializzate, il lavoro in realtà è tutt’altro che deludente. Se volete questo è la cosa più “normale” uscita con il nome Voivod in copertina, o almeno lo sarebbe se non ci fosse un pezzo come ” Jack Luminous” che, con i suoi quasi 18 minuti di durata, rappresenta una evidente sfida al progressive rock di settantina memoria. Sfida che naturalmente i nostri combattono alla grande, così come era già successo per “Astronomy domine” su “Nothingface”, se poi la vincano o meno non sta certo a noi deciderlo. Resta il fatto che non si respira l’aria allucinata dei precedenti lavori: i pezzi sono mediamente più diretti e lineari, le melodie quasi canticchiabili. Senza dubbio questo è il disco più accessibile del gruppo, e forse è anche il primo in cui non si può parlare di concept nemmeno a livello musicale. Senza nulla togliere al valore dell’opera nel suo complesso resta in sostanza un album di transizione, che ha i suoi punti di forza nell’immediatezza di parecchie songs e nella capacità innata dei nostri di costruire cattedrali musicali anche con due note. Se fate fatica a digerirli altrove, può anche essere che ‘The Outer Limits’ diventi il vostro disco preferito del gruppo.

“NEGATRON”-Hypnotic-1995

Come era prevedibile la band perde il contratto con la MCA a causa delle scarse vendite e subito dopo Snake decide di lasciare, portando il gruppo sul punto di sciogliersi. Fortunatamente i Voivod trovano nuova linfa nel suo sostituto, il cantante/bassista Eric Forrest e cominciano a lavorare su nuovi pezzi con l’intento di riprendere lo stile violento e tecnologico di “Killing Technology”. Quando esce “Negatron” il risultato è in verità quasi deludente. Formalmente è un album non criticabile: ci sono potenza, dinamismo, aggressione e la voce di Eric è perfetta per i pezzi, ma manca l’inventiva che aveva caratterizzato gli altri lavori. Sarà che dai Voivod ci si aspetta sempre il meglio, ma resta il dubbio che dal punto di vista musicale si potesse fare di più. Quello che invece è pienamente riuscito è il concept lirico che sviluppano molti degli interessi di Michel: dalla teoria della cospirazione, fino alla creazione di nuove razze con l’aiuto della tecnologia, passando per rapimenti da parte degli alieni e tecniche di controllo mentale delle masse. Insomma non tutto è perfetto, ma quello che conta è che sono tornati, con i loro sogni angoscianti e con una rabbia che sembrava smarrita da tempo.

“PHOBOS”-Hypnotic.1997

Con “Phobos” i Voivod tornano veramente e alla loro massima forma, firmando un altro capolavoro di metallo spaccaossa e tritameningi come solo loro sono in grado di fare. Ripreso il personaggio del Voivod, torna l’ incubo della macchinazione da cui credevamo ingenuamente di esserci liberati, torna pure l’influenza psichedelica, ma non ci sono comunque ripetizioni né autocitazioni. Insomma la band fa si marcia indietro, ma solo per prendere poi un’altra direzione. Unico difetto dell’album resta la produzione che manca della necessaria pulizia, specialmente per quanto riguarda la batteria, ma sono dettagli trascurabile quando ci si trova davanti ad un’ opera di tale spessore. “Phobos” racchiude in un solo capitolo la gamma emotiva dei primi cinque lavori della band con in più una sensazione di claustrofobia che non vi abbandona per tutta la durata dell’ ascolto. Cosa aspettarsi di più? “KRONIK”-Hypnotic-1998

Album di passaggio che contiene materiale inedito: tre vecchi brani remixati, quattro nuovi pezzi e quattro tracce live. Unico motivo di interesse restano, i quattro pezzi nuovi che comunque si assestano sullo stile più di ” Negatron” che di “Phobos”. Non particolarmente riuscito appare il tentativo di remixare in chiave elettronica i vecchi pezzi. Consigliabile solo ai fanatici della band.

“VOIVOD LIVES”-Century Media-2000

Album dal vivo che vede una sporadica collaborazione del gruppo con l’ etichetta tedesca. Detto che la registrazione risale al tour di ” Negatron” e che il disco contiene tra i pezzi una cover di “In League With Satan” dei Venom, non resta molto altro. Sicuramente non è un’uscita indispensabile e la band deve fare anche i conti con l’ incidente che lascia Eric Forrest fuori gioco per molto tempo e lo costringe ad una lunga riabilitazione. Un momento di crisi che mette in forse la stessa esistenza dei Voivod, pur senza che questa rinunci a tour e movimenti in cerca di sbocchi discografici. Come sapete da lì a poco la vera notizia sarà l’ingresso nella band di un certo Jason Newsted, transfugo dagli ormai poco vitali Metallica e il successivo rientro in formazione del vecchio Snake. Il risultato è davanti ai vostri occhi e dentro i vostri stereo proprio in questi giorni. La saga continua…

Etichetta: Varie

Anno: 1984


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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