Children Of Bodom – Recensione: Relentless Reckless Forever

Sono tra gli idoli delle generazioni più giovani di metallari, ma i finlandesi Children Of Bodom vengono attesi ad ogni uscita come ad un esame di maturità.  Spesso criticati dai fan della prima ora per la loro svolta più thrash e moderna i nostri hanno comunque sempre prodotto album di qualità e solo marginalmente così simili tra loro quanto i maligni detrattori amano definire.

“Relentless…” non cambia di molto le possibili valutazioni sulla band, visto che nei nove brani inclusi i scaletta i nostri spaziano con mestiere ed estrema competenza tra tutte le sfaccettature possibili. Ci sono i mille cambi di tempo tra thrash e prog-metal di “Not My Funeral”, l’assalto puro ma sempre contrassegnato da melodia e groove di “Shovel Knockout”, l’uso delle tastiere come contraltare melodico o inserzione dissonante in molti passaggi, le ritmiche spezzate e un po’ più moderne di “Cry Of The Nihilist”, etc…

Si potrebbe pensare ad un film già visto, ma ancora una volta il gruppo riesce a rielaborare il proprio bagaglio stilistico in modo da non andare a riproporre sequenze esageratamente somiglianti a quanto fatto in passato e il risultato di parecchi brani sarà quello richiesto dal fan medio: rimandare ad una formula famigliare senza fare esattamente la stessa cosa.

I migliori in scaletta ci paiono, oltre a quelli citati, “Northpole Throwdown” – thrash scattante alla Megadeth/Anniliator, ma con inserimento di tastiere, e “Ugly”, rielaborazione in chiava più adulta e articolata del tipico brano “Bodom style” degli esordi.

Nel complesso non ci sono comunque passaggi a vuoto macroscopici, e in soli 39 minuri sarebbe stato davvero una brutta sorpresa, ma rimane l’unica possibile critica alla scarsa presa delle linee vocali di Alexi Laiho. Se pur maturato indiscutibilmente come chitarrista e songwriter il nostro è rimasto un vocalist aspro e monotono, tipicamente accostabile al melodic death metal degli esordi, che spesso toglie incisività alle parti vocali e costringe a concentrarsi sul lato strumentale per apprezzare davvero la qualità del disco.

Voto recensore
7,5
Etichetta: Spinefarm / Universal

Anno: 2011


Sito Web: http://www.cobhc.com

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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  1. Daniele D" Emilio

    mo vado ad ascoltà

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