Wolfheart – Recensione: Tyhjyys

Ancora una volta i finlandesi Wolfheart ci consegnano quello che può essere definito un lavoro composto in gran parte da una innegabile banalità, anche se ben proposta sotto tutti i punti di vista. È un po’ la solita faccenda del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. Se infatti ci soffermassimo alla originalità della proposta un disco come “Tyhjyys” non durerebbe nello stereo più di venti minuti, quelli sufficienti a capire che il death melodico, venato, a seconda dei momenti, di viking, folk e black metal, proposto dai Wolfheart è quanti di più scontato si possa ascoltare.

Però non ci si può esimere dal riconoscere alla band tutta la maestria possibile nel proporre lo stile che si sono scelti, così come rimane l’abilità nell’inserire passaggi melodici azzeccati e momenti strumentali dal giusto fascino (pensiamo ad esempio ad una canzone come “The Flood”, che molto deve ai vecchi Amorphis nell’intenzione, così come “Call Of The Winter”).

La potenza di una “The Rift” non lascia certamente indifferenti, ma anche i momenti più tranquilli e dal retaggio classicamente nordico, come la title track o “Dead White” trovano le soluzioni giuste per regalare buone sensazioni, pur senza sorprendere o esaltare.

Non che per forza l’uso di un certo tipo di musicalità sia deleterio, ma il ritagliarsi una propria nicchia espressiva che differenzi in qualche modo la proposta dal generico ci pare necessario per una band che di storia alle spalle ne ha non poca (soprattutto nel leader Tuomas Saukkonen, già con band di un certo peso come Before The Dawn e Black Sun Aeon).

Non di meno la musica contenuta in “Tyhjyys” rimane di buona fattura e gode di molta orecchiabilità, cosa che potrebbe essere più che sufficiente a giustificarne l’ascolto e l’eventuale acquisto.

Voto recensore
6
Etichetta: Spinefarm Records

Anno: 2017

Tracklist: 01. Shores Of The Lake Simpele 02. Boneyard 03. World On Fire 04. The Flood 05. The Rift 06. Call Of The Winter 07. Dead White 08. Tyhjyys

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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