Upper Lip – Recensione: Deep Within

Evviva il rock un po’ off, quello che viene dai posti che non ti aspetti, che (a volte) devi cercare su Google Maps per misurare idealmente le distanze e prevedere quanto diversa/esotica sarà la loro proposta, rispetto alla noiosa norma dei tuoi ascolti. Oggi che l’accesso è diventato un privilegio di poco conto, e le tecnologie azzerano le distanze, diventa più facile assaporare – tra gli altri – il brutal death cinese, il metalcore thai ed il thrash pachistano… oppure l’hard rock che si suona su una graziosa isola non troppo lontana dalle nostre coste. Da Malta arrivano dunque gli Upper Lip, cinque musicisti appassionati di Rush, Rory Gallagher, The Smiths e Captain Beyond. Attivi on the road dal 2013 e qui al debutto discografico con “Deep Within”, con gli Upper Lip è un po’ come se gli AC/DC (autori nel 2000, non a caso, dell’album Stiff Upper Lip) si fossero trasferiti a Los Angeles alla fine degli anni ottanta: le ritmiche prevedibili e quadrate sono quelle, anche se il tutto appare sporcato da attitudine disordinata e suoni street che riportano questa proposta ad una dimensione più umana, oleosa e terrena. Si tratta di una formula divertente e senza pretese, che attinge con lo stesso candore dalle fonti australiane e californiane per proporre un rock non troppo hard ma ammiccante e divertito, genuino fino al midollo ed in grado di regalare un’oretta di divertimento in salsa classic e tutto sommato sano.

Il cantato da Axl Rose fuori forma di Chris Portelli deve piacere, certo, ed a parte il design delle camicie nel video di “Keep Going” e qualche riff classico di chitarra non si segnala poi molto sul piano della composizione, delle idee o delle soluzioni ad effetto. E perfino la title track si rivela un insignificante episodio strumentale di un minuto. D’altra parte, alla fine di “Marble Arch” c’è un bell’assolo di chitarra, e “Mirrors / Masks” ricorda un po’ la sigla del Batman del 1966, ma non è questo il punto. Perchè ascoltando “Deep Within”, chiudendo benevolmente un occhio sulla sua ingenuità (come quando in “Eyes On Fire” si inanellano con sopraffina e disarmante banalità le rime higher, fire e desire), si ha l’impressione che questo disco decente possa trasformarsi in un’esperienza live caciarona e coinvolgente, fatta di sguardi sfuggenti e movimenti allusivi, suoni polverosi e gente che si diverte, mentre baciata dal sole dell’estate sorseggia un bicchiere di birra sulla spiaggia. Ed in questo quadro moderatamente idilliaco il coretto micro di “Skinny Jeans”, la ballad nascosta dentro “What Makes You Smile” oppure la consistenza realmente sabbiosa e malinconica di “Desert Song” – il mio personale singolo, che raramente coincide con quello scelto dalle case discografiche – riescono a fissarsi per qualche giorno nella mente non solo per la loro musicalità in cialde da EuroVision, ma anche per il divertimento che con una manciata di note sono in grado di materializzare.

Capita che su “Deep Within” ci respiri il mare, ci senti il vento, ci avverti la potenza di un limite geografico che è isolamento e relativa solitudine, ma anche forte senso di identità, orgoglio, relazione. E se ascoltando un piccolo disco di debutto pensi davvero, anche solo per un attimo, ad almeno una di queste grandi bellezze, un po’ di merito alle composizioni low-profile del chitarrista Joseph Azzopardi bisogna pur riconoscerlo. Costantemente a cavallo tra piccole indecisioni (“Be Free”, che vorrebbe tanto essere una canzone importante ma) e dolcezze di spiazzante pulizia e sincerità (“Hide”), l’album ha il grande merito di cavarsela, scorrendo generalmente piacevole e guadagnandosi – per il modo amorevole in cui tratta il nostro tempo – anche un certo rispetto con l’avanzare delle tracce e dei minuti. Quello degli Upper Lip è il tipo di intrattenimento fresco e buono per tutte le stagioni che ti aspetti da una formazione incaricata di scaldare il pubblico, prima del main event: se ci fosse un campionato per le band impegnate a fare da contorno, questi cinque maltesi meriterebbero almeno un cenno di convinto, incoraggiante apprezzamento. E poi “Desert Song” è proprio bella, ma questo l’avevo già scritto.

 

Etichetta: Pride & Joy Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Keep Going 02. Marble Arch 03. Skinny Jeans 04. Eyes On Fire 05. What Makes You Smile 06. Deep Within 07. Mirrors & Masks 08. Hide 09. Be Free 10. Desert Song 11. Never Lose Hope
Sito Web: upperlipmusic.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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