The Flower Kings – Recensione: Unfold The Future

Non sono le idee a mancare ai Flower Kings. Ad un anno di distanza dal precedente ‘The Rainmaker’ eccoli di nuovo sugli scudi con un doppio (come ai tempi di ‘Flower Power’) disco in studio pronto a svelare i nuovi ingrdienti utilizzati da Ronie Stolt e soci. Ingredienti che poggiano sulla tradizione porg settantiana come da sempre ma che in ‘Unfold The Future’ virano più che mai sui fumi e sui colori jazzati dei temi cari a Flower Kings. Ciò che rende comunuqe particolare questa doppia raccolta di canzoni inedite è la presenza di ‘The Truth Can Set You Free’ e ‘Devils Playground’, apertura e chiusura dei due dischi, cinquanta minuti in due, come da cara vecchia tradizione “prog”. Una volta le chiamavano “suite”, oggi semplicemente “brani lunghi”. Un disco che sarà terreno di gioia per tutti coloro che amano lasciarsi avvolgere pian piano dalle atmosfere e dalla musica, un disco che non ha fretta né urgenze. Un disco, nelle parole di Ronie Stolt che “rappresenta la somma di tutte le esperienze fatte all’interno e al di fuori del gruppo. Almeno questo è quello che tentiamo di fare ogni volta che lavoriamo ad un disco, migliorando il precedente… tentandoci, almeno. Stavolta abbiamo calcato la mano sulle strutture più complesse, è vero, abbiamo avuto la possibilità di lavorare per un maggior lasso di tempo alle canzoni e così sono uscite anche le due lunghe tracce in apertura e chiusura di ‘Unfold The Future’. E’ difficile pensare man mano a come saranno inseriti i tasselli, per noi, e nei testi trovi le mie riflessioni personali sullo stato del mondo, sulla relazione fra le persone e su quello che io penso in relazione a questo genere di argomenti. Non sono tagliato molto per sviluppare dei concept album che non mi possano permettere, una volta pensati, di modificarli, estenderli o riassumerli come mi piacerebbe nella visione globale di un disco a nome Flower Kings. ” Nella fase di realizzazione del disco il gruppo ha potuto contare sull’apporto più “metal” del talento di Daniel Gildenlow, mastermind dei Pain Of Salvation, un colore inedito ed una iniezione diversa (quasi un fertilizzante) nell’economia del gruppo: “Ci conosciamo da un po’ di tempo e durante la fase di scrittura del disco sono uscite nelle canzoni alcune linee di chitarra, tastiera e voce che nessuno di noi avrebbe potuto suonare come proprie. La personalità che le avrebnbe interpretate meglio sarebbe stato proprio Daniel e così lo abbiamo contattato, la sua sensibilità artistica era quella che necessitava alle canzoni per diventare esattamente come le avevamo immaginate. Ci è andata bene, visto che ha deciso di collaborare. E’ una persona splendida e dotata di un talento incredibile, è facilissimo lavorare con lui. Ci chiese “cosa avete in mente per me?” una votla sentite le tracce demo, ha provato a fare quelle cose. Ora le dovrà fare anche dal vivo, probabilmente (ride). Potremmo utilizzarlo anche come percussionista, visto che il suo strumento pricipale è la batteria (ride).” All’interno del lungo viaggio le parentesi sono differenti. Passando dalla fredda ‘Christianopel’ arrivando all’energica ‘Silent Inferno’ (anche qui, appena sotto i quindici minuti di sviluppo) ci sono le coordinate di massima di un modo di intendere la musica. Il lato più romantico ed il lato più energico, espressi come due lati della stessa medaglia. Somma delle parti che, in ogni caso, come ci ha spiegato il motore del gruppo “non penso che il mio coinvolgimento nel progetto Transatlantic abbia portato dei cambiamenti nei Flower Kings, piuttosto Transatlantic sarebbe stato diverso se non ci fosse stato Ronie Stolt (ride). Non ho cambiato il mio approccio alla musica, intendo dire, ho scritto le mie cose e le ho sottoposte di volta in volta ai membri delle due band senza pormi il problema di chi avrebbe dovuto suonarle. L’influenza o l’impatto che è arrivato a me da Transatlantic è il fatto che presso gli estimatori di Marillion e Dream Theater sia circolata la consapevolezza che due bravi ragazzi come Neal Morse ed il sottoscritto facevano musica, questo è in definitiva quello che Transatlantic ha significato per Flower Kings e per Spock’s Beard. Adesso speriamo che ascoltino anche i nostri dischi.”. Ed in questo, poco male se si parla di coloro che hanno conosciuto il gruppo provenendo dai Marillion o da Spock’s Beard. Tuttavia, gli ultras dei Dream Theater potrebbero scoprire che il lato gentile della loro musica non ha alcun bisogno di finte sperimentazioni ed esibizioni da conservatoristi secchioni per dare emozioni. Non esiste tecnica esasperata, la matrice di ‘Unfold The Future’ è il gusto, l’emozione e la voglia di esprimersi attraverso un’arte. Il resto sono elucubrazioni per esteti (di cosa, poi?). Una considerazione importante la si deve fare in favore ( o contro) la lunghezza delle canzoni stesse, dilatate e poco adatte all’ascolto veloce e distratto. Una caratteristica, questa, che è patrimonio genetico del gruppo così radicata che in occasione di una loro data italiana a Vigevano, durante un pomeriggio dedicato al progressive nel quale i Jethro Tull hanno chiuso la rassegna, diventa a volte preponderante: “Ricordo anch’io quel concerto. Fu incredibile (ride). Ricordo che dissi “questa è l’ultima e tra poco potrete godervi Jethro Tull”. Ci fermammo quando tutto il gruppo ci guardò in cagnesco da dietro le quinte. Il batterista dei Tull rideva come un matto e Jan Anderson, ho saputo, si è decisamente arrabbiato per quella performance. Loro erano pronti, i loro tecnici dovevano preparare il palco e noi abbiamo sforato per circa mezz’ora con una canzone. Pensavo ci tagliassero la corrente, erano dannatamente annoiati! Solo che noi guardavamo il pubblico e al pubblico andava bene così. Perché avremmo dovuto smettere allora? (risate generali). Scherzi a parte, un giornalista americano era presente al concerto e mi disse qualche giorno dopo che lo stesso Anderson, ammettendo che gli piaceva la nostra musica, gli sottolineò come sarebbe stato utile per noi trovare il modo di smettere di suonare, ogni tanto. Fa parte della storia, oramai, ma è ancora molto divertente ricordare quel momento. Soprattutto perché eravamo partiti la notte precedente dopo un concerto in Germania, arrivando in Italia digiuni e senza aver dormito molto, con il nostro tastierista che stava male e ricordo che lo sostituimmo con il suo roadie per suonare in quel castello. Dopo tutte queste avventure ci siamo rilassati e abbiamo lasciato suonare i Jetrho Tull in ritardo di mezz’ora (risate generali) ma ci siamo goduti il tramonto dal palco. Ne abbiamo approfittato, insomma.” E’ la componente eterea quella che fa di ‘Unfold The Future’ un altro disco vincente per gli svedesi ed una ghiotta occasione per gli amanti del progressive (o del “ture-progressive”?). Un disco immerso nell’intelligenza e nella delicatezza, un’oasi di oltre centotrenta minuti nella quale perdersi, fra indugi (che a volte appesantiscono le strutture), ricami barocchi ed atmosfere intime. Un po’ l’essenza del gruppo: “Ritengo che Flower Kings sia un gruppo più adatto al pubblico europeo che a quello americano, e questo di base. Ti spiego: in Europa la gente vuole sentire la band suonare le proprie canzoni, mentre in America il pubblico è più attento a cose tipo gli assoli ed alle parti sensazionalistiche su un palco. Ci troviamo meglio, insomma, in Europa, perché c’è un’empatia emozionale diversa fra palco e pubblico, più intima se vogliamo, ed è quella la dimensione che amiamo come gruppo. Non siamo aggressivi, questo è chiaro, ed il nostro concetto va di pari passo. Ci piacerebbe poter esprimere una cosa del tipo “venite tutte a noi, donne!” ma non suonerebbe benissimo e dovremmo suonare heavy metal, mi sa (ride). Una maggiore attitudine rock and roll ad esempio, visto che ai nostri concerti circa il 30 % del pubblico è di sesso femminile, potrebbe anche non guastare affatto (risate generali), ma non ci troviamo a nostro agio lì dentro. Il concetto di Flower Kings è che noi come esseri umani possiamo vedere qualcosa di meraviglioso in tutto ciò che abbiamo intorno, nelle piccole e nelle grandi cose. C’è sempre un lato positivo in ciò che vediamo, nelle cose che ci succedono e vogliamo putnare l’attenzione su quello, ovunque sia possibile farlo. C’è sempre una speranza, una luce… Cerco di spiegarlo tutte le volte che ne ho l’opportunità anche ai miei figli, lì fuori c’è un mondo spietato e sono d’accordo che venga affrotnato, ma preferisco parlare del lato più bello e luminoso di quello che mi succede, mettendo a fuoco le cose migliori, un po’ come il lato più solare di John Lennon per intenderci. Vorrei riuscire a donare un po’ di serenità a coloro che ci seguono, per quanto sia possibile rassenerare con la musica. E’ un grandissimo privilegio che ho, ne sono cosciente, posso esprimere queste cose mediante la mia musica, spero di poter elevare i sentimenti, donando alla gente delle sensazioni positive.”

Etichetta: Spv / Audioglobe

Anno: 2002

Tracklist: The Truth Will Set You Free / Monkey Business / Black And White / Christianopel / Silent Inferno / The Navigator / Vox Humana / Genie In A Bottle / Fast Lane / Grand Old World / Soul Vortex / Rollin The Dice / The Devils Danceschool / Man Overboard / Solitary Shell / Devils Playground

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