Tyler Bryant & the Shakedown – Recensione: Pressure

I Tyler Bryant & The Shakedown sono una giovane formazione americana con base a Nashville che, a dispetto della giovane età, si è costruita negli anni una carriera di tutto rispetto suonando in lungo e in largo negli Stati Uniti e anche in Europa, sia aprendo per nomi importanti come gli Aerosmith, Ac/Dc, Guns N’ Roses e ZZ Top, che da headliner in piccoli club. Chi scrive ha avuto modo di vederli live in entrambe le circostanze e di testare l’innata bravura della band, che è risultata molto abile nel coinvolgere i presenti con il loro graffiante rock’n’roll.

Durante il lockdown forzato causato dalla pandemia il gruppo ha dato sfogo all’estro creativo lavorando al nuovo album “Pressure”, che già dal titolo fa capire le grandi aspettative riposte sia dai fan che dagli addetti ai lavori. Il disco contiene tredici pezzi di grintoso rock’n’roll infarciti con l’attitudine dell’hard rock blues crudo e diretto degli anni settanta, che dà una spinta in più alle composizioni. L’album è stato co-prodotto da Bryant e da Roger Alan Nichols e vede come ospiti Charlie Starr dei Blackberry Smoke in “Holdin’ My Breath” e Rebecca Lovell (consorte di Bryant, nda) del duo Larkin Poe in ben tre pezzi.

La titletrack dà fuoco alle polveri con la voce ruvida di Bryant sparata da un megafono e sostenuta da un riff di chitarra al vetriolo, che rende il risultato d’insieme rovente. Non da meno la fumosa e bluesy “Hitchhiker”, mentre la melodica “Crazy Days” dall’inizio vagamente Bonjoviano e dal mood allegro, in realtà chiede ad alta voce se impazzire sia l’unica risposta adeguata ad un mondo che è già impazzito di suo. “Backbone” è sinuosa e allo stesso tempo avvolgente; ad essa segue “Like The Old Me”, ballata acustica riflessiva e che porta alla luce tutte le insicurezze e le fragilità di Bryant.

Con “Automatic” si ritorna a premere il piede sull’acceleratore, mentre “Wildside” segnala una più matura affinità con il rock tradizionale made in Usa. “Misery”, invece, è un lento e sofferto blues che narra di una persona caduta nel baratro dell’alcolismo e nella commiserazione; il tutto viene reso ancora più autentico dal ritmo ronzante e sbilenco delle chitarre e dall’ottima interpretazione di Bryant. La breve ed incalzante “Fuel” ci conduce verso la parte finale dell’album, con la ballata “Loner”, dove il contenuto emotivo è ancora una volta molto alto, e le bluesy “Fever” e “Coastin’,” che chiudono in bellezza un album molto valido e ben confezionato, forse un po’ retrò per certi aspetti, ma che mette in luce la bontà di un genere intramontabile e che non morirà mai. It’s only rock’n’roll but I like it.

 

Etichetta: Snakefarm/Spinefarm Records

Anno: 2020

Tracklist: 01. Pressure 02. Hitchhiker 03. Crazy Days 04. Backbone 05. Holdin’ My Breath 06. Like The Old Me 07. Automatic 08.Wildside 09. Misery 10. Fuel 11. Loner 12. Fever 13. Coastin’
Sito Web: http://www.tylerbryantandtheshakedown.com

eva.cociani

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Amo la musica a 360 gradi, non mi piace avere etichette addosso, le trovo limitanti e antiquate, prediligo lo street, il glam e anche il goth, ma non disdegno nulla basta che provochi emozioni. Ossessionata dalle serie tv, dalla fotografia, dai viaggi e dai live show mi identifico con il motto: “Live the life to the fullest”.

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