The Wring – Recensione: Project Cipher

La band The Wring nasce come progetto del chitarrista canadese Don Dewulf e pubblica il suo primo disco nel 2017: pur alle prese con due tipi di virus diversi, Covid-19 e cambi di formazione, Dewulf (che con umiltà si definisce “a regular guy from Northern Ontario”) riesce ad entrare in contatto con musicisti eccellenti che lo aiutano a realizzare la visione di un secondo disco, intitolato “Project Cipher”. La dimensione autoprodotta di questo nuovo lavoro non deve farci pensare ad un risultato compromesso: la qualità delle collaborazioni instaurate, compresa quella con il produttore Forrester Savell, consentono infatti a “Project Cipher” di suonare esattamente come ci si aspetterebbe da un risultato progressive così fortemente cullato, partecipato, voluto. Con l’openerThe Light” ti senti subito a casa, perché i suoi suoni cristallini e le sue melodie armoniose ti avvolgono in un abbraccio al quale è difficile sottrarsi. Il coinvolgimento di sei musicisti impegnati (non contemporaneamente) nel progetto giustifica almeno in parte la straordinaria, tentacolare pienezza di queste sette tracce: se avete presente quegli abusati effetti grafici nei quali da un fiore ne nasce un altro, e poi un altro, e così avanti all’infinito, potrete costruire una rappresentazione grafica di quello che questo disco prova invece a tradurre in note. I suoi episodi sono infatti rami rigogliosi dai quali spuntano continuamente nuove foglie, e poi ancora rami, e poi ancora foglie, il tutto all’insegna di un continuo cambiamento che la melodia del cantato di Marc Bonilla non ha alcuna speranza di mantenere sotto controllo, né ricongiungere ad un denominatore lineare e comune.

Se escludiamo i momenti nei quali la ripetizione di un ritornello regala qualcosa di simile ad una sensazione di famigliarità (“Sorceress”), questo disco privilegia un’effervescenza gioiosa e tecnicamente ineccepibile, che all’esuberanza della sezione ritmica (“Cipher”) affianca assoli complessi, cambiamenti di tempo ed una impeccabile sensazione di fluida musicalità. La cura certosina con la quale il tutto è stato prodotto ne costituisce un elemento essenziale, perché è proprio grazie alla bontà della registrazione che anche le strutture più articolate e complesse rimangono intellegibili, permettendo all’ascoltatore di ritrovare la via di casa. Nonostante si tratti di una complessità non fine a se stessa, ed in ogni caso addolcita dai forti connotati melodici, un’esperienza breve ed intensa come quella proposta dalla band canadese si presenta come una possibilità interessante per un pubblico di appassionati curioso e ristretto, affascinati tanto dall’esplosività dell’evoluzione ritmica quanto dalla potenza evocativa di un delicato arpeggio. Il ritmo vorticoso con il quale le sue parti si susseguono fa in modo che l’esperienza finisca però troppo in fretta per regalare un momento inaspettato, commerciale e di maggiore apertura: chi dunque si aspettava un momento di democratizzazione per questo prog sempre così su di giri rimarrà a bocca asciutta, perché tutto il disco ruota intorno alle stesse idee e nel corso della scaletta gli elementi panoramici, in grado di ricostruire un’immagine più ampia della storia, risultano praticamente inesistenti. La sensazione che si avverte nel finale è duplice ed ambigua: se è vero che il supergruppo appare competente ed assolutamente a proprio agio alle prese con l’unico formato di brano presente sull’album, è altrettanto evidente che il disco sa un po’ di occasione sprecata, perché un talento simile potrebbe essere messo al servizio di una maggiore varietà di stili, di approcci e di stati d’animo.

I The Wring sanno andare in profondità grazie all’abilità tecnica e ad un songwriting filante, ma è come se continuassero a scavare per trenta minuti nello stesso punto: la ricerca è di per sé interessante, ma prima o poi cominci a capire che senza muoverti né esplorare gli spazi circostanti, difficilmente potrai fare scoperte veramente degne di nota, di immaginazione e di condivisione. Caratterizzato da un genuino piacere di suonare musica, che si avverte candido in ogni suo momento, “Project Cipher” è un disco che comunica un sentimento di felicità semplice con una grammatica complessa ed elegante: nonostante le sue tracce finiscano con l’assomigliare più ad una ripetizione sul tema, che non allo sviluppo di un racconto articolato, i The Wring ritornano con un prodotto maturo e musicalmente opulento, che alla possibilità di allargare il proprio pubblico preferisce – con ingenuo egoismo e forse poca lungimiranza – quella di regalare una positiva conferma ai fan della prima ora.

Etichetta: Self-Release

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Light 02. Sorceress 03. Cipher 04. Steelier 05. Dissension 06. Dose 07. Touch
Sito Web: thewring.ca

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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