Katatonia – Recensione: The Great Cold Distance

C’è stato un momento, all’incirca ai tempi di ‘Last Fair Deal Gone Down’, in cui sembrava che i Katatonia fossero pronti al "grande salto": abbandonate oramai da anni le sonorità metal che ne avevano definito gli esordi (e di cui la paranoia claustrofobica di ‘Brave Murder Day’ resta mirabile testimonianza), gli svedesi da ‘Discouraged Ones’ in poi avevano intrapreso un percorso che li aveva portati disco dopo disco ad affinare una forma estremamente personale di rock, intriso di quel tocco unicamente scandinavo e all’ombra della migliore dark-wave britannica.

‘Viva Emptiness’ era stata una risposta netta, e in parte contraria, a queste aspettative: in parte mutando riferimenti stilistici, guardando all’America ed in particolar modo ai Tool, in parte recuperando sonorità più dure, tornava ad una maggiore aggressività, riuscendo pur nel contempo a mantenere un’immediatezza invidiabile, divenendo a suo modo un nuovo inizio per la band.

Un percorso che ci porta oggi a ‘The Great Cold Distance’, nuova fatica dei Katatonia, che rappresenta al tempo stesso un punto d’arrivo e un crocevia: un disco ostico, che all’apparenza sembra solamente riproporre e cristallizzare il discorso intrapreso dal suo predecessore, ma che invece ascolto dopo ascolto sa differenziarsi e distinguersi.

E’ rabbia mista a disillusione e disincanto quella che emerge da ‘The Great Cold Distance’, sicuramente il lavoro più violento degli ultimi tempi per il quintetto, che si muove sì sempre sotto l’ombra dei Tool, eppur riuscendo in ogni caso a mediare e filtrare l’esperienza di ‘Viva Emptiness’ con il proprio più recente passato: questo permette da una parte la presenza di episodi inediti, come nella struttura nervosa e anomala dell’opener ‘Leaders’ o nella conclusione di ‘The Itch’, non a caso suggellate dal ritorno ad un uso incisivo del growl (probabilmente a cura di Anders Nystrom), e al tempo stesso di far riemergere qua e là i retaggi wave, come nell’uso discreto delle tastiere (è il caso di ‘Deliberation’) o nell’eccellente sintesi tra passato e presente rappresentata dai chiaroscuri dei gioielli ‘Rusted’ e ‘July’.

Non manca poi il brano immediato e di facile presa come ‘My Twin’, affine alla ‘Evidence’ contenuta nel precedente album e non a caso scelta come singolo, che mette in mostra tutto il potenziale “commerciale” e lascia insoluta quella domanda iniziale, di dove sarebbero potuti arrivare i Katatonia se avessero intrapreso un percorso “diverso”: ‘The Great Cold Distance’ ci consegna una band che da una parte ha perfezionato e rifinito un proprio “nuovo” suono, dall’altra lascia aperte spiragli per molteplici evoluzioni e metamorfosi, come da sempre nella propria storia.

Cosa succederà in futuro ce lo dirà solo il tempo:nel frattempo, restano a modo loro unici e squisitamente leaders.

Voto recensore
8
Etichetta: Peaceville

Anno: 2006

Tracklist: 01.Leaders
02.Deliberation
03.Soil's Song
04.My Twin
05.Consternation
06.Follower
07.Rusted
08.Increase
09.July
10.In The White
11.The Itch
12.Journey Through Pressure

1 Comment Unisciti alla conversazione →


  1. Rosario Jackson Curcio

    CAPOLAVORO e non dico altro 🙂 voto 9

    Reply

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