The Grandmaster – Recensione: Skywards

Con i “The Grandmaster” torniamo ad occuparci dei progetti assemblati da Frontiers, quelli che l’etichetta di Napoli definisce alleanze musicali costruite attorno al talento di uno o due artisti, ai quali la casa discografica italiana fornisce supporto artistico e produttivo (dal songwriting alla composizione di una band ad hoc) per realizzarne il debutto. Ad usufruire del trattamento è in questo caso Nando Fernandes, cantante brasiliano al quale per l’occasione sono stati affiancati il chitarrista Jens Ludwig (Edguy), il batterista Mirkko De Maio e l’ubiquo Alessandro Del Vecchio a farsi carico di cori, basso, tastiera e composizione dei brani. Quello che il quartetto propone è un power solido, orchestrale ed allo stesso tempo privo di troppi orpelli, quasi a sottolineare come la presenza scenica dello stesso Fernandes (a suo agio sulle corde di Ronnie James Dio, Jorn Lande e Russell Allen) sia sufficiente a catalizzare l’attenzione del pubblico. Oltre al drumming bello pieno e presente del nostro De Maio (“True North”) si segnalano naturalmente dei pregevoli assoli di chitarra e la fluidità – a volte prolissa – dei cori che la presenza di Del Vecchio garantisce.

Se si escludono alcuni riff più efficaci (“Lunar Water”, “The Source”) o altri rari momenti nei quali si respira una rinfrescante ariosità (la prima metà di “Song Of Hope”), “Skywards” sembra un disco più interessato alla costruzione di una scena epica e corale, come avviene in occasione dell’annacquata title-track, piuttosto che alla proposta di un elemento davvero stuzzicante o in grado di rendere immediatamente necessario, impellente un secondo ascolto. Il tallone d’Achille di queste produzioni sembra proprio essere quello della mancanza di dettaglio (“Dead Bond”), e con essa dell’impossibilità di puntare – rischiando – su un tratto peculiare, personale e distintivo che su un progetto così generico non può prevedibilmente esistere. Dischi come questi non si capisce bene dove e come nascano, e se veniamo privati anche del solo piacere di immaginarne la genesi, il nostro sogno di ascoltatori partecipi svanisce ancora prima di cominciare. E così ascoltare Fernandes arrampicarsi tra le linee melodiche di una “The Tempest” o di una “Someday Somehow” qualsiasi restituisce l’immagine di un cantante dal timbro piacevolmente maturo, persino autoritario a dispetto della apparente giovine età, ma al di là dell’esibizione non si può sostenere che simili brani abbiano un vero drive, una spinta genuina, un’unione di performance in grado di restituire una presenza dotata di una vita, di una umanità o di una personalità proprie. In album come questi sento tanti spazi vuoti (“Cannot Find The Way”) e privi di significato e valore aggiunto, tante tessere di un mosaico generico ed a volte manieristico (“Turn The Page”) il cui unico scopo sembra – impietosamente, realisticamente – quello di elevare il minutaggio ai quarantacinque canonici minuti.

Se da un lato l’approccio melodico classico impone (?) di privilegiare la fluidità della narrazione, anche a discapito della ricerca di elementi originali o di minima rottura, dall’altro non si può non fare un confronto con quelle uscite che hanno idee molto più chiare alle spalle, in nome delle quali sono disposte a fare scelte più nette e rischiose. Se basta un ascolto veloce e distratto di una canzone a caso come “Bite The Bullet” per capire cosa frulla in testa agli Eclipse nel 2021, lo stesso non si può intuire da alcuna delle undici tracce che compongono “Skywards”. Li chiamano album di mestiere, per indicare che servono più che altro a dimostrare la capacità di saperlo fare bene, quel mestiere. Ma il problema è che in tempi disillusi gli addobbi non ci incantano più ed il talento abbonda, o semplicemente trova più strade (e connessioni a banda larga) per raggiungere un pubblico, e le dimostrazioni di pura bravura perdono tanto più valore quanto più diventano numerose, lineari, scontate. Ed allora ti avvicini a queste produzioni con un odioso pregiudizio, sperando di sbagliarti, perché forse questa volta sarà diverso. Ma quando al termine del terzo brano capisci che hai già sentito tutto, ed allo stesso tempo niente, qualche dubbio sulla longevità artistica di questo florido ramo d’azienda comincia ad affiorare in superficie. Silenzioso. Strisciante. E forse potenzialmente letale.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Lunar Water 02. The Tempest 03. Someday Somehow 04. Dead Bond 05. Cannot Find The Way 06. Song Of Hope 07. Skywards – Earthwards 08. True North 09. Surrender 10. Turn The Page 11. The Source
Sito Web: frontiers.it/album/5717

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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