Alice Cooper – Recensione: The Eyes Of

“one, two three, four…”

C’è una nuova garage band in città, sguaiata, cattiva, divertente ed irriverente. Ha qualcosa di familiare, qualcosa che i più attempati hanno riconosciuto nella valanga di nuovi nomi recentemente apparsi alla ribalta. Solo che aggiunge le rughe, le battaglie, le ghigliottine, le bambole maltrattate, le decapitazioni. Sembra un risveglio, questo, di quelli catartici, di quelli che sulle note di ‘Man Of The Year‘ ti fa partire in maniera deliziosa la giornata, al di qua delle magagne e delle cose storte.

Già, fuori è tornato il sole per zio Alice, seduto nel garage e circondato dall’odore dell’olio della vecchia automobile rimasta parcheggiata troppo a lungo. Una rivisitazione che poggia sull’essenziale, sia nelle strutture che nelle scritture, che suona live come non mai, che si dimentica del “post-trash” Cooperiano per tornare ad imbastire una ‘Novocaine‘ o una ‘Bye Bye Baby‘ che hanno una freschezza tale da far rabbrividire tutti i figli illegittimi dello zio americano per eccellenza. Un rientro dalle parti del suo ‘Killer‘, uno sguardo sul rockenrolle, legittimo e sacrosanto, da uno dei maggiori contribuenti la causa.

Un diario come ‘Detroit City‘ la dice lunga, riappropriandosi delle coordinate e svelandole nel testo di una delle tante “canzoni da tre minuti” qui raccolte quasi a voler ribadire che “io ero qui anche allora, ci sono sempre stato e adesso levatevi di torno per favore che quel dannato bicchiere è il mio”.

Compatto e veloce, fresco e divertente, intrigante e famelico. ‘The Eyes Of Alice Cooper‘ è una restituzione di accrediti accumulati in giro per il pianeta rock, ora tornati finalmente a casa. ‘Love Should Never Feel Like This‘ è un altro esempio di come il Nostro abbia, in tempi non sospetti, gettato solidissime basi sulle quali diverse generazioni hanno appoggiato la propria ragione artistica di esistere. Senza momenti di calo, questo è quello che si dice un disco riuscito, da parte di una vecchia conoscenza che ha deciso di passare da casa per raccontarci ancora una volta le proprie storie (anche se non ci è dato sapere quanto tempo rimarrà prima del prossimo viaggio).

Senza rinnegare nulla, senza alcuno spirito nostalgico, semplicemente tornando ad essere il “monello” di una volta, fuori dai vestiti più moderni con i quali era andato in giro ultimamente, dentro i vecchi panni del grande circo di amici, quelli che riesce a portare meglio.

Ah, questi zii, a volte cosa ci combinano! Quando lo fanno loro ( o The Wildhearts) il rockenrolle ha un senso. Dovrebbero dirglielo, agli svedesi.

Voto recensore
8
Etichetta: Sanctuary / Edel

Anno: 2003

Tracklist:

01. Detroit City

02. What Do You Want From Me?

03. Love Should Never Feel Like This

04. Spirits Rebellious

05. Novocaine

06. Man Of the Year

07. Bye Bye Baby

08. Be With You Awhile

09. I'm So Angry

10. Between High School and the Old School

11. This House is Haunted

12. Backyard Brawl

13. The Song That Didn't Rhyme


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