Amon Amarth – Recensione: The Crusher

Gli Amon Amarth fanno crossover! No, non c’entrano una pippa i Limp Bizkit. Solo che questi svedesotti ruspanti mischiano abilmente(?!) la grossolanità esagerata dell’epic metal e la monotonia del death scandinavo meno evoluto. E la cosa incredibile è che il risultato non è così scadente come si potrebbe pensare. Se ci dimentichiamo il vichingo sbronzo della copertina e andiamo al sodo troveremo una band impegnata a spararci in faccia brani semplici, forse un po’ monocordi, ma non del tutto inoffensivi. E’ il caso della opener ‘Bastards Of A Dying Breed‘: uno pezzo veloce e trascinante, che resta purtroppo un caso isolato. Altri brani da segnalare sono ‘As Long As The Ravens Flies‘, un po’ più varia dello standard solito e soprattutto ‘Releasing Sultur’s Fire‘, in cui sembra di sentire i Manowar incrociati con i Dark Tranquillity. Peccato che il resto scada troppo spesso nell’ordinario, dando l’impressione che gli Amon Amarth si siano un po’ accontentati. Se cercate il loro disco migliore, vi indirizzerei più sul debutto ‘Once Sent From The Golden Hall‘, che nel genere è un piccolo classico, ma anche questo si lascia ascoltare.

Voto recensore
6
Etichetta: M.Blade/A.Globe

Anno: 2001

Tracklist:

Tracklist: Bastards Of A Lying Breed / Masters Of War / The Sound Of Eight Hooves / Risen from The Sea 2000 / As Long As The Raven Flies / A Fury Divine / Annihilation Of Hammerfest / The Fall Through Ginnungagap / Releasing Surtur’s Fire / Eyes Of Horror


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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