Harlan Cage – Recensione: Tempel Of Tears

Fra gli estimatori più attempati e fra coloro che di questo genere hanno scoperto la storia, sicuramente una band come Fortune ha detto molto più di qualcosa. Ecco che allora si rende viva la curiosità per il quarto album di Harlan Cage, ‘Tempel Of Tears’. Chiariamo subito che non ci sono salti inediti per il gruppo, perfettamente agiato nel muoversi in territori melodici di altri tempi ed altra scuola, tornato a ribadire che con una collezione di ottime canzoni anche nel nuovo millennio riesce a farsi strada nell’affollato mondo della melodia. Le differenze con i dischi meno interessanti del genere – è bene ribadirlo – sta nella qualità della scrittura. Questa volta è un centro pieno. Tranne ‘Deep In The Heart Of The Night’, riproposta dal repertorio dei Fortune, ecco che le restanti dieci canzoni costituiscono un ottimo motivo per rimanere affascinati dalla band. A differenza di altri che hanno preso in prestito la tragedia dell’undici settembre, non c’è la parte melensa in ‘One New York Morning’. Piuttosto un’ottima costruzione hard rocking che sostiene una fra le migliori canzoni del disco, serrata come la tradizione meno West Coast ci ha insegnato in tanti anni tesa a rispolverare una lezione che oggi troppi stanno dimenticando. A tratti suona retrò, ‘Tempel Of Tears’, ed è proprio questa la sua forza, come se un palazzo antico risplendesse oggi dopo un attento e sapiente restauro non della facciata, ma della struttura interna. Un disco che rende giustizia al lato nervoso e più duro del rock melodico, che non ha paura nel dare fondo al pedale dell’acceleratore quando serve, ribadendo il fatto che le melodie con il distorsore, se ben scritte, rimangono ancorate nel rock e non diventano squallide tele con cui coprire il substrato pop e la carenza di talento negli arrangiamenti. Ora, prima di parlare di AOR in qualsiasi salsa, si rende necessario ascoltare almeno questo disco, fresco e scattante, per chiarire subito cosa significhi AOR intanto e successivamente parlarne con cognizione di causa. Il resto è pop travestito. Una lezione di stile.

Voto recensore
8
Etichetta: Frontears

Anno: 2002

Tracklist: Any Port In The Storm / Wooden Cross / Just A Face In The Rain / One New York Morning / On The Nickel / In My Neighborhood / Deep In The Heart Of The Night / Sin City / As You Fly / Later Than You Know / We Belong

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