Tarmat – Recensione: Out Of The Blue

“Ubicato su una roccia a picco sul mare della baia di Guanabara, a Niteroi, il Museo di Arte Contemporanea lo si percepisce in lontananza dalla baia di Rio de Janeiro. Il museo è in perfetta simbiosi con il luogo in cui sorge, è tutt’uno con la roccia, la vista sul mare e la bellissima baia che guarda Rio de Janeiro; solo lì poteva stare, solo su quella roccia poteva essere pensato e nascere grazie ad uno dei più grandi architetti del mondo, il brasiliano Oscar Niemeyer” (soniapiazzini.it). Ed in effetti – almeno a giudicare dalle fotografie – il colpo d’occhio di questo museo, situato in quella che di fatto è un’area sub-urbana di Rio, è davvero notevole. Famosa anche per le sue spiagge, l’affascinante Niteroi assume anche un’insospettabile anima rock nel momento in cui si rivela come città d’origine dei Tarmat, qui al debutto con “Out Of The Blue”. Formata a metà del 2020 (proprio in piena pandemia, si direbbe) da Alexandre Daumerie (voce), Eduardo Marcolino (chitarre), Gabriel Aquino (tastiere) e José Marcus (basso), quattro amici che hanno suonato insieme in varie occasioni a partire già dal 2006, la band fa riferimento stilistico a Journey, Boston, Europe, Simply Red, Van Halen, Toto e Queen, secondo una tradizione oggi quasi scontata ma che abbiamo imparato a prendere con le proverbiali pinze: se da un lato è vero che chi suona AOR non può prescindere da un sentimento di riconoscenza verso questi artisti, dall’altro c’è sempre la segreta speranza che dall’elaborazione e dal trascorso di ciascun nuovo interprete possa scaturire un elemento personale capace di raccontarci qualcosa che appartenga solo a lui.

La dicitura “rock melodico” sembra attanagliarsi particolarmente bene a quanto proposto dalla formazione brasiliana: se infatti chitarra e batteria posseggono entrambe un certo gusto rockeggiante, voce e tastiere controbilanciano con una buona dose di calma e dolcezza (“More Than Less”), che in qualche modo sembra ricondurre il resto dei Tarmat a più miti consigli. E così melodic rock diventa, fin dai primi istanti di “Backbone Feeling”, una specie di meccanismo di fughe contrapposte nel quale spinte all’apparenza così differenti trovano quella dolce sintesi che rappresenta, in molti casi, proprio il tratto distintivo e descrittivo di un intero genere. Questa sintesi ha spesso un carattere elegante, una presentazione sontuosa ed un’originalità sacrificata in nome del canone… ed anche sotto questi aspetti “Out Of The Blue” rispetta in piena regola le attese, appropriandosi felicemente di tutti quegli stereotipi che ne fanno un disco in grado di rievocare con la stessa disinvoltura i riff dei Survivor o le trame norvegesi degli A-HA: “Out Of The Blue” mi ha davvero ricordato il Morten Harket di The Living Daylights, riportandomi ad un 1987 fatto di sbarco alle superiori, vacanze in Inghilterra sui DC-10 di Caledonian Airways e primi ascolti heavy (come la release canadese di “Walls Of Jericho” degli Helloween, comprata forse in base alla copertina o forse in base al prezzo). La capacità di riportare dolcemente a quel passato, specialmente per quanti di noi l’hanno vissuto, è la magia che riesce meglio al disco dei brasiliani: alcuni dei suoi brani (“Moving Backwards”) sono davvero degli acquerelli delicati e relativamente semplici, affidati alle traballanti sorti di un bel giro di basso (“Gibberish”) o agli sconfinati orizzonti raccontati dalle tastiere di Gabriel Aquino (“True Colors”), ma non per questo privi di una loro riconoscibilità. Niente di speciale, chiaro, eppure anche qualcosa di speciale nel momento in cui questi quarantadue minuti scorrono incuranti della loro stessa prevedibilità, del loro carattere un po’ schivo, della loro appartenenza ad un mondo gentile e così esposto ad ogni genere di intemperia creativa.

Il carattere esotico dei Tarmat non sta nella loro provenienza carioca, che nel mondo globalizzato di Frontiers – e non solo – non fa ormai più notizia: la peculiarità si trova invece nel modo in cui “Out Of The Blue” rimane ai margini di tutto, delle mode e degli impeti, scegliendo di avanzare felice dei suoi piccoli e malinconici passi (“The Knight”), dei suoi brevi scatti d’orgoglio (“Rosetta Stone”), della sua produzione così inoffensiva eppure coerente con il temperamento educato di tutto il disco. La bellezza di questo debutto non vale probabilmente a giustificarne l’acquisto, in un mondo che nella gentilezza tende a vedere più una perdita di tempo che una dimostrazione di forza: però sapere che da qualche parte si suona ancora con questo spirito e questa romantica noncuranza ci dice che in fondo, a cercarlo bene, c’è sempre un posto per tutto e per tutti.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Backbone Feeling 02. Out Of The Blue 03. Moving Backwards 04. Gibberish 05. Rosetta Stone 06. More Than Less 07. Your Enemy 08. True Colors 09. Dinner’s On The House 10. The Knight
Sito Web: facebook.com/tarmatband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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