Styx – Recensione: Crash Of The Crown

Nonostante il grande successo di pubblico sia per gli Styx un ricordo ormai legato agli album di quarant’anni fa e l’uscita dalla formazione di Dennis DeYoung a fine millennio sia stato un duro colpo per i fan, la band non ha mai mancato di presentare ai propri seguaci produzioni di valore, sia in sede live che nei, sempre molto diradati nel tempo, lavori in studio. Se “The Mission” del 2017 era stato accolto come un buon ritorno a sonorità più seventies, questo nuovo “Crash The Crown” prosegue su quella scia, continuando quindi nel recupero delle sonorità classiche del prog/pomp rock, senza però rinunciare alle possibilità che le moderne tecnologie e metodologie rappresentano nella confezione del prodotto.

Se pur composto da canzoni ben riconoscibili anche singolarmente, l’album presenta un mood comune capace di legarle una all’altra in modo da trasformare l’esperienza d’ascolto in un viaggio emozionale che meglio si apprezza se affrontato nella sua interezza. Un percorso che si svolge attraverso capitoli piuttosto brevi nel minutaggio (4 minuti al massimo), scelta che differenzia la band dai tanti rappresentanti del nuovo e vecchio progressive che spesso amano dilatare le canzoni aggiungendo parti strumentali e virtuosismi. Gli Styx preferiscono invece da sempre un approccio più diretto e conciso, ma non semplicistico, lavorando in modo straordinario sulla qualità degli arrangiamenti, costruendo le canzoni intorno a melodie e cori orecchiabili, ma lasciando sempre spazio alla rifinitura strumentale o alla variazione ritmica inattesa (rimarchevole in materia quanto presentato dal batterista Todd Sucherman).

A causa della tensione musicale costante e per la densità dei contenuti appare difficile citare questa o quella canzone come particolarmente rappresentative, ma alcuni elementi spiccano sicuramente per eccellenza. Tra questi l’uso spettacolare delle diverse voci, affiancandole come nella title track o in cori polifonici come in “Our Wonderful Lives” o “Common Ground”, oppure il raffinato abbinamento di chitarra, tastiera e armonie vocali di brani dall’anima pop come “Coming Out The Other Side” o “Reverie”. Senza dimenticare l’impatto corposo della base ritmica nei momenti più hard come “A Monster” o “To Those”.

Un lavoro nel complesso più che eccellente, che come qualità si pone un gradino sopra al precedente e che conferma la credibilità attuale di un gruppo storico che non ha alcuna intenzione di mollare il colpo. “Crash The Crown” è un album essenziale per i fan del pomp/prog, ma da prendere in considerazione anche solo se si ama la buona musica in tutte le sue forme e incarnazioni.

Etichetta: Alpha Dog 2T / UMe

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Fight Of Our Lives 02. A Monster 03. Reveries 04. Hold Back the Darkness 05. Save Us From Ourselves 06. Crash of the Crown 07. Our Wonderful Lives 08. Common Ground 09. Sound the Alarm 10. Long Live the King 11. Lost at Sea 12. Coming Out the Other Side 13. To Those 14. Another Farewell 15. Stream

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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