Sonic Haven – Recensione: Vagabond

“Bentornato power tedesco!”, ecco cosa verrebbe da esclamare al termine dell’ascolto di “Vagabond”, disco che porta all’esordio una formazione fronteggiata da Herbie Langhans (Avantasia, Firewind). Mixato da Sascha Paeth (chitarrista e produttore che in terra teutonica ha prodotto praticamente… tutti), l’album è un concentrato di ritmi veloci, voci a perfetto cavallo tra graffio & melodia e cori, tanti cori, come solo dalle parti di Hannover pare siano capaci di fare (“Nightmares”). La caratteristica che distingue i migliori alfieri del genere, categoria alla quale i Sonic Haven hanno le carte in regola per appartenere, sono una suprema precisione negli incastri, un rassicurante concetto di modernità esperta e quel capello lungo e stempiato che piace immaginarlo anche quando non c’è. Come fosse un modo di essere, un concetto prima ancora che una condizione tricologica. Derivato direttamente dall’heavy più classico (“Blind The Enemy”), come se dopo gli anni ottanta non fosse avvenuto più nulla di autenticamente rilevante e/o significativo, “Vagabond” poggia su pochi piedi ma solidi: un’attitudine convinta e diretta (il primo singolo “Back To Mad”), un amore viscerale ed anacronistico per gli assoli complessi (“Keep The Flame Alive”) e soprattutto una innata capacità di rifarsi ad un genere amato, senza tuttavia subirne lo stanco peso degli anni.

La robustezza di queste premesse fa in modo che, nonostante ad un disco di power metal non si possano chiedere rivolgimenti, la scaletta suoni tutt’altro che stanca o accontentata: lo scafato Langhans ed i suoi tre compagni pestano dall’inizio alla fine senza soluzione di continuità, introducendo elementi piccoli (come uno sfizioso ricciolino di chitarra o un’orchestrazione dai tratti vagamente sinfonici) che tengono viva l’attenzione, senza però catalizzarla su di essi. E’ anche in virtù di questo equilibrio che i Sonic Haven riescono a conferire al loro lavoro quella caratteristica di fruizione multipla, stratificata, che allunga in modo esponenziale la longevità di qualsiasi prodotto artistico: la capacità di quest’ultimo di rispondere in modo diverso alle curiosità di ascoltatori diversi, l’uno interessato a canticchiare i cori di “I Believe” in tangenziale e l’altra a riprodurre in modalità airplay lo scatenato drumming power di André Hilgers (Bonfire, Rage, Silent Force), presterà volentieri “Vagabond” alla possibilità di ascolti ripetuti, in grado di regalare impressioni diverse a seconda del momento e dello scazzo ma tutte prevedibilmente positive. A patto che la voglia sia quella di ascoltare un’oretta di power metal melodico e di fattura rigorosamente, imprescindibilmente, ostentatamente germanica.

A rafforzare ancor di più la sensazione di un prodotto maturo c’è la constatazione che la sua immediatezza stilistica e comunicativa non si trasforma in una eccessiva semplificazione: l’energia della quale è permeato non è mai un fattore banalizzante, né un artificio utilizzato per creare una omogeneità qui non necessaria, e nessuna traccia può essere ridotta allo status di canzoncina nonostante il tono generale delle composizioni sia generalmente brillante. Al contrario, su “Vagabond” il nervo si avverte più o meno dappertutto e fino all’ultimo secondo della conclusiva “Striking Back”, l’esecuzione dal vivo si preannuncia dirompente, la cadenza lenta ed oscura di “The Darker Side” ricorda vagamente “Blood Red Skies” (Judas Priest, 1988) e fa un degno paio con il chorus malinconico di “From White To Black” e poco importa, infine, se la ballad Coca-Cola compresa nel prezzo (“Save The Best For Last”) è un po’ anonima: le distanze con i prodotti – teutonici e non – di nomi oggi più blasonati (Edguy, HammerFall ed Helloween in versione easy listening) sembrano assottigliarsi mano a mano che procedono gli ascolti, e gli undici brani proposti diventano via via più famigliari. Chissà se quando i Manowar cantavano “Denmark, Sweden, Norway, Finland, Italy, Switzerland, Austria, back to the glory Of Germany!” (“Blood Of The Kings”, 1988) si riferivano anche alla capacità di fare questo power facile e difficilissimo, che nella sua fiera contraddizione pare non dovere invecchiare mai. Tanto rispetto.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Vagabond 02. Back To Mad 03. Nightmares 04. Keep The Flame Alive 05. End Of The World 06. The Darker Side 07. I Believe 08. Save The Best For Last 09. Blind The Enemy 10. From White To Black 11. Striking Back
Sito Web: facebook.com/SonicHavenofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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