Solstice – Recensione: Casting The Die

La travagliatissima storia dei Solstice si arricchisce di un nuovo capitolo, addirittura a dodici anni dal disco di comeback, se di comeback si può parlare dato che dopo “To Dust” avevano nuovamente fatto sparire le loro tracce. Questa volta ci danno in pasto “Casting The Die”, uscito per la danese Emanzipation Productions, etichetta che i più affezionati al death metal underground conosceranno sicuramente, e che non rappresenta l’unica novità di questo ri-ritorno.

Nel frattempo infatti Christian Rudes ha abbandonato il microfono lasciando il posto al nuovo cantante dei Malevolent Creation Ryan Taylor (allungando l’elenco di artisti che hanno condiviso le due band), mentre Garret Scott ha ceduto il basso a Marcel Salas.

Veniamo alla musica. Naturalmente nessuno si aspetta chissà quali novità dai Solstice, che infatti ci rifilano un disco di thrash/death forse ai minimi storici in fatto di ibridazione, per la preponderanza del primo genere. Se il cantato di Taylor è già di per sé tutto un programma, in pieno stile vecchia scuola americana graffiante e potente, la componente strumentale è un concentrato di suoni puliti ed abrasivi nel complesso ottimamente mixato, che ricorda un po’ nuove band venute alla ribalta nel genere negli ultimi anni come Havok, Revocation e Lich King.

L’album si apre con quello che è stato rilasciato come primo singolo estratto già a Febbraio, ovvero “The Altruist”, brano con un bel piglio, veloce ed abbastanza ben riuscito dal punto di vista del songwriting. “Transparent” si impone invece come una delle scorribande più orientate verso l’hardcore, nonché un manifesto della buona produzione di “Casting The Die”. Molto buona anche la parentsesi solistica della chitarra.

Si prosegue con “Who Bleeds Whom” ed i suoi accattivanti, per non dire orecchiabili, riff di chitarra abbastanza melodici, un po’ fuori contesto per quel che mi riguarda e per un moniker come quello dei Solstice. Fortunatamente la seguente “Lifeline” risolleva il tiro del disco con i suoi fraseggi tiratissimi, una serie di bei riff tritaossa come piace a noi ed un assolo un po’ più articolato di nuona fattura.

Molto buona a mio parere anche la successiva “Ignite”, nella quale la band si lascia andare a qualche licenza di matrice slayeriana (almeno nella sezione ritmica, l’assolo è ben lontano dal ricordare quelli iconici e sguaiatissimi di Kerry King), e non a caso si tratta di una delle parentesi più violente del disco. Dalla stessa fucina sembra uscire anche “Outlast”, sebbene emerga qualche sonorità familiare più al groove che non alla vecchia scuola. Nel complesso comunque un altro buon brano che conferma la parte centrale del disco come quella più interessante.

“Seven” è invece un brano che vorrebbe essere tosto, e lo è sicuramente dal punto di vista sonoro (e ci mancherebbe, siamo pur sempre in territorio thrash metal) ma in sostanza le linee di chitarra sono poco incisive e sicuramente fra quelle che finiscono presto “nel dimenticatoio”.

“Embellishment Exposed” dà nuova linfa all’andamento del disco con i suoi riff belli taglienti e qualche fraseggio fuori dagli schemi (vedere la parte finale del pezzo per credere) che la contraddistinguono senz’altro nel marasma sonoro che permea la stragrande maggioranza dei brani. A seguire la title track “Cast The Die”, una bella mazzata thrash/death sui denti che riapre parentesi melodiche già assaporate in precedenza e farcita da tremende sfuriate (arriviamo persino a qualche accenno di blast beat).

Con “Eyes Sewn Shut” tornano ad affiorarci nella mente gli Slayer in un pezzo da puro headbanging nel quale la band si lascia andare ancora a virtuosismi di chitarra e cambi di tempo, prima che “Scratch” chiuda le fila in modo secco e schietto, ovvero il modus operandi con il quale abbiamo sempre conosciuto la band negli anni passati.

Non è del tutto chiaro se questo caleidoscopico modo di intendere il thrash sia segno dell’estrosità del quartetto statunitense o solo una carenza di chiarezza sul percorso musicale che hanno intenzione di intraprendere, ma nel complesso la caratura dei brani è buona, con solo qualche inciampo qua e là, a causa del quale sarà meglio attendere il prossimo lavoro (speriamo non fra quindici anni) per poter emettere qualche forma di giudizio più nitido.

Etichetta: Emanzipation Productions

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Altruist 02. Transparent 03. Who Bleeds Whom 04. Lifeline 05. Ignite 06. Outlast 07. Seven 08. Embellishment Exposed 09. Cast The Die 10. Eyes Sewn Shut 11. Scratch
Sito Web: https://www.facebook.com/Solsticefl

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