Metallus.it

Solstafir – Recensione: Berdreyminn

“Berdreyminn”, sesto album in studio degli islandesi Sólstafir, farà certamente discutere i fan della band e tutti coloro che dalla musica non pretendono solo un mero intrattenimento. Dopo episodi della caratura di “Svartir Sandar” (2011) eÓtta” (2014), dal four-piece di Reykjavik era lecito attendersi una nuova opera che potesse superare lo scoglio del tempo, impresa che il nuovo album, almeno parzialmente, non compie.

Il (brutto) singolo “Ísafold” ci aveva forse fatti spaventare pure troppo con le sue derive pericolosamente vicine all’alternative rock e ai consensi radiofonici, mostrandoci come l’easy listening non sposi il sound variegato e caratteristico del gruppo, in particolare lo stile vocale a metà strada tra lo screaming hardcore e un morbido crooning di Aðalbjörn Tryggvason che, consentitecelo, ci sembra davvero a disagio sul pezzo. Va detto però che in tutto “Berdreyminn” si avverte come la band cerchi delle strutture più accessibili.

Con questo non vogliamo dire che la gradevolezza dell’ascolto implichi una mercificazione del trademark Sólstafir, ogni pezzo presenta la combinazione di numerosi elementi dal folk alla psichedelia, dall’elettronica alla musica sinfonica, come d’altronde vuole la migliore tradizione post rock/metal. Ciò che intendiamo è come ogni brano abbia la medesima struttura. I pezzi partono con delicati momenti atmosferici in cui confluiscono melodie di hammond, synth o violino e si evince come il corpo strumentale sia ben più importante del cantato, poiché qui la voce di Aðalbjörn interviene in toni puliti solo di rado. Si prosegue con una accelerazione metallica che mette in risalto il lavoro delle chitarre (sono contemplate anche soluzioni shoegaze) dove emerge il gusto “progressive” della band e poi la canzone riprende la melodia iniziale.

Ciò non toglie come alcuni episodi, ad esempio “Silfur-Refur”, user-friendly nella sua linearità ma pregiata da quell’inconfondibile tocco crepuscolare, la cupa ed emozionale “Hula”, o ancora i tratti epici e le melodie ariose di “Bláfjall”, siano assolutamente di alto livello, per quanto si percepiscano elementi fin troppo canonici come la ricorsività delle strutture, la ricerca del refrain d’effetto e della melodia portante indovinata.

Non sappiamo se l’ex-drummer e membro fondatore Guðmundur Óli Pálmason abbia lasciato la band in seguito a divergenze artistiche magari motivate da questa percepibile volontà di cambiare, fatto sta che i Sólstafir sono indubbiamente in cerca di qualcosa di nuovo che potrebbe interessare anche a un pubblico molto più vasto. Questo non è un male e i risultati sono abbastanza positivi, maBerdreyminn” dà l’impressione di come il gruppo stia ancora rodando quest’anima più fruibile.

Exit mobile version