Slipknot – Recensione: The End, So Far

Des Moines, Iowa. Dopo 3 lunghi anni dall’uscita di “We Are Not Your Kind”, disco che ha lasciato un’impressione più che positiva sullo stato artistico degli Slipknot, vede la luce “The End, So Far”. I 9 rincarano la dose con un lavoro sostanzioso, nella sua oretta buona di runtime, ma allo stesso tempo molto interessante. Bastano infatti pochi minuti a Crahan e compagnia per spiazzare completamente l’ascoltatore.

Adderall” a tratti sembra ispirarsi a quella che fu “Prelude” come apertura di “Vol. 3”, con la sua enfasi sul pulito di Corey e le sue melodie cupe. Ciò che mi ha subito colpito però è la scelta di suoni poco canonica per la band, suoni che a tratto sembrano strizzare l’occhio ai vecchi Korn, con chitarre molto blues. Tutto sommato, a parte una performance notevole di Vman al basso, quest’introduzione si lascia un po’ prendere la mano e finisce per risultare noiosetta, almeno per il sottoscritto. Sentimenti che vengono subito ribaltati da “The Dying Song”, singolo che già mi piacque molto nei primi ascolti. Tornano i suoni standard, abrasivi e d’impatto, che caratterizzano la discografia dei veterani. Batterie sempre peculiari, appesantite dai colpi di percussioni, e chitarroni distorti fanno apprezzare, col senno di poi, anche la scelta di aprire con un pezzo particolare quale “Adderall”. Da qui si riconfermano con sempre più convinzione le buone impronte lasciate dal lavoro precedente. Dopo la sfuriata che è “The Chapeltown Rag”, che mette ancora una volta in luce la macchina che è Jay dietro al kit, si passa al pezzo più riuscito e rappresentativo dell’album: “Yen”. Personalmente adoro quando gli Slipknot viaggiano in questi territori quasi psicotici, senza perdere un briciolo di cattiveria. “The Hive Mind” si perde in quello che era uno dei “difetti” (per assenza di un termine più adeguato) di We Are Not Your Kind, l’eccessivamente dispersiva sperimentazione nei primi minuti delle tracce. La canzone però si riprende alla grande, andando a portare avanti le tematiche utopistiche e distopiche che permeano le liriche dell’album. “Warranty” ha quel non so che di thrash, oltre a mettere in risalto una ritrovata passione per le gang vocals (che diciamocelo, se si è in 9 vengono per forza una figata). Questo è il punto del disco in cui mi aspetto un pezzo più ambient, come da tradizione, e la band mi colpisce con “Medicine For The Dead”, di scuola “Scissors”, “Virus Of Life” eccetera, ma sempre con la vena cupa che contraddistingue questo “The End, So Far” in ogni sua sfaccettatura. Vena caratterizzata da melodie con intervalli di semitoni, che lasciano quella sensazione di “incompiuto” che personalmente trovo fantastica e calzante. Non mancano i pezzi che richiamano gli Stone Sour, come “Heirloom” ed “Acidic”, che fa delle dinamiche il suo punto forte. Canzone che riporta alla mente l’era di “All Hope Is Gone”, con qualche punta pseudo-country che mi ha colpito molto. Forse è questo il punto dove inizia a pesare la durata generosa del progetto, anche il restante quarto di disco è di livello veramente alto. Dalla nostalgica “H377”, passando per la classica penultima nei lavori degli Slipknot, “De Sade”, fino all’eccellente chiusura, dal titolo confacente “Finale”. Questa closer, in particolare, mostra un lato creativo molto interessante e godibile, con i suoi archi e cori da brividi.

Alla fine dell’ascolto, ci troviamo davanti ad un disco molto coerente con se stesso, che mette d’accordo i fan più classici senza rinunciare a prendersi i suoi rischi. Forse uno dei lavori più riusciti degli Slipknot dai tempi di “Vol. 3”, “The End, So Far” merita decisamente un ascolto, ritagliandosi un posto di tutto rispetto in una delle discografie più iconiche del genere. Nulla da aggiungere se non “giù il cappello”, ehm pardon, la maschera!

(Matteo Pastori)

È sempre la stessa storia: ogni volta che gli Slipknot pubblicano un nuovo album in studio c’è chi afferma che oramai vanno avanti solo per soldi, c’è chi dice che sono morti dopo “All Hope Is Gone” e chi preferirebbe che si dedicassero solo ai live. Queste tre categorie, quando hanno letto il titolo“The End, So Far”, avranno sicuramente iniziato a gioire credendo che si trattasse di un addio da parte dei nove mascherati di Iowa. Mi dispiace deludervi, ma non è la fine. Non ancora.

Dopo questo album, inizierà una nuova era per gli Slipknot. Che cosa possiamo ancora aspettarci nel futuro da una band che ha riscritto la storia del metal? Cos’altro potrà mai partorire la contorta mente di Shawn Crahan, colui che annusava un corvo morto conservato in un barattolo? È ancora presto per dirlo, ma nel frattempo godiamoci “The End, So Far”.

Adderrall” è l’opener che meno ti aspetteresti di sentire in un disco degli Slipknot, eppure porta una ventata di novità, creando in qualche modo un cerchio che si conclude con l’ultima traccia, chiamata appunto “Finale”. Si potrebbe pensare che la band capitanata da Corey Taylor non abbia più nuove idee e forse in parte è vero. Brani come “Hivemind”, “Warranty” e “Medicine For The Dead”, seppur assolutamente godibili, sembrano attingere a piene mani da“.5: The Gray Chapter” e “We Are Not Your Kind”. Lo stesso discorso vale anche per la triade dei singoli “The Dying Song (Time To Sing)”, “The Chapeltown Rag” e “Yen”, che però rappresenta a mio parere il punto più alto dell’album. È vero, gli Slipknot tendono ad autocitarsi, ma nel momento in cui ci presentano delle novità dobbiamo essere pronti ad accoglierle, senza farci offuscare dai pregiudizi. Perciò, non vi demoralizzate se al primo ascolto non sarete subito convinti, perché quando si tratta degli Slipknot è necessario prendersi del tempo per “metabolizzare” i nuovi brani ed apprezzarne meglio tutte le sfumature. Comunque, se avete bisogno di un po’ di chitarra frenetica potete sempre ascoltare“H377”, mentre se vi mancano gli Stone Sour, per voi ci sono “Acidic” e “Heirloom”. In ogni caso, la sorprendente conclusione con la sopracitata “Finale” cambia davvero le carte in tavola. Gli Slipknot sono sempre stati rumore, aggressività, violenza, ma qui entrano inaspettatamente in gioco gli archi ed un coro operistico, a dimostrazione che la band ha ancora molto margine di espressione.

Quindi, l’evoluzione,iniziata dieci anni fa, continua. Sono oramai molto lontani i tempi di “Wait And Bleed” e forse non torneranno mai più, com’è giusto che sia. Adesso è tempo di scrivere un nuovo capitolo, gli Slipknot non sono più quelli degli inizi e molto probabilmente non avremo mai un “Iowa” 2.0. Ma va bene così. C’è ancora la furia inarrestabile che li ha da sempre caratterizzati, solo che adesso la loro musica è più matura e raffinata. Si poteva fare di più? Forse sì, Jim Root stesso non si è definito completamente soddisfatto delle circostanze in cui l’album è stato scritto. Comunque, la parola del giorno è sperimentazione: “The End, So Far” rappresenta la crescita degli Slipknot e segna un momento cruciale all’interno della loro carriera. Oggi comincia una nuova storia.

(Roberta Rustico)

Etichetta: Roadrunner Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. Adderall 02. The Dying Song (Time To Sing) 03. The Chapeltown Rag 04. Yen 05. Hivemind 06. Warranty 07. Medicine For The Dead 08. Acidic 09. Heirloom 10. H377 11. De Sade 12. Finale
Sito Web: https://www.facebook.com/slipknot

Matteo Pastori

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Nerd ventitreenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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