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Sammy Hagar & The Circle – Recensione: Space Betweeen

Sammy Hagar è un vecchio amico, una persona su cui contare ed artista dalla solidità invidiabile. Abbiamo perso il conto di tutti i suoi dischi ma il debutto dei suoi Circle (dopo un live del 2015) è evento da trattare con tutte le attenzioni del caso.

Suona americano “Space Between”, suona “vero” e senza troppi grilli per la testa. Un rock diretto, che apre le danze con una canzone dannatamente “born in the USA”, perché  “Devil Come To Philly” ci regala un Sammy autentico menestrello rock. Dimostrazione di un artista perfettamente calato nel ventunesimo secolo nonostante tutto.

“Full Circle Jam (Chump Change)” è una canzone che mastica blues, dove la chitarra di Vic Johnson ringhia note e stritola corde. Piace per la sua esuberanza nonostante sia prevedibile dal primo all’ultimo secondo. “Can’t Hang” invece regala gli orizzonti polverosi del Nevada, il profilo sconfinato di una nazione che ha costruito attraverso la poetica dei grandi spazi una visione “epica” della musica. Bello il chorus che avvolge tutta la struttura musicale, da cantare a pieni polmoni.

“Free Man” è invece canzone percussiva, divertente e rotonda nel suo incedere. Bello il groove di basso e batteria (Michael Anthony e Jason Bonham non sono certo dei comprimari, converrete con me) a sostenere la voce del Red Rocker in tutto e per tutto.  Subito dopo ecco spuntare “No Worries”, autentica perla con un ritornello dalle sfumature gospel.

“Trust Fund Baby” è puro hard rock, diretta ed incisiva. Un crescendo che piace soprattutto per le armonie create da basso e chitarra, che marciano all’unisono a servizio di Hagar.

Intrigante il tiro di “Affirmation”, che sembra spuntare dagli anni ’80 del nostro, con una tastiera a punteggiare una chitarra muscolare. “Hey Hey (Without Greed)” conclude il disco ed è country fino al midollo. Una manciata di minuti che profumano di gasolio e gomme di una muscle car consumate dai chilometri. Stereotipi, sì, senza dubbio ma che funzionano ancora oggi nel 2019.

Una bella canzone, programmata perfettamente per esplodere tra le radio rock USA. Ottimo modo per concludere un disco divertente e fresco.

Un disco piacevole, intenso, appassionato e pieno di grinta. Una nuova tappa nella carriera infinita dell’artista americano. Non il suo disco migliore certamente, ma un tassello di puro divertimento. Andare in pensione? Ma anche no.

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