Robin Mcauley – Recensione: Standing On The Edge

Di Robin McAuley non mi colpiscono solo i quarant’anni di onorata carriera, l’immacolata professionalità o la trentina di album – compreso il recente e fortunato debutto dei Black Swan – ai quali il cantante irlandese ha preso parte insieme a Grand Prix, Far Corporation e naturalmente McAuley Schenker Group. Ad interessarmi e coinvolgermi sono piuttosto l’umanità dello sguardo, la positività contagiosa dell’espressione, la forza trascinante dell’hard rock declinata in una versione pulita e paterna: basta guardare su Facebook il video della cover di “Run To You”, registrato insieme al figlio Chase durante la Pasqua, per assaporare un po’ di quella atmosfera intima, casalinga e famigliare che sembra far brillare molte delle cose irlandesi. Nonostante il lungo percorso, “Standing On The Edge” rappresenta solamente la seconda uscita solista di McAuley, a distanza di oltre quattro lustri da “Business As Usual”: supportato da una band tutta italiana (che vede Andrea Seveso alle chitarre, Alessandro Del Vecchio al basso ed alle tastiere, Nicholas Papapicco alla batteria) ma che non ha rinunciato ad una manciata di collaborazioni di lusso (Phil Lanzon, Howard Leese e Tommy Denander), il cantante della contea di Meath inaugura con “Thy Will Be Done” un disco nel quale tastiere e ritmica assumono da subito una parte bella e preponderante.

Rispetto a “Save The World” dei Black Swan il disco solista di oggi appare diverso, se non propriamente meno ispirato: “Standing On The Edge” non possiede tracce ficcanti come “She’s On To Us”, “Unless We Change” o “Sacred Place”, ma rimane un lavoro di qualità costante e consistente, dotato di melodie solide ed arrangiamenti curati al millimetro. Sulla voce di McAuley c’è ben poco da dire, se non per rimarcarne ancora una volta l’ottima tecnica unita ad un piacere di fare e respirare rock che traspare in ogni passaggio: se coinvolgimento e pienezza di suoni non vengono mai meno, si notano però chorus lunghi e complessi – come quello della title track – che richiedono qualche passaggio in più per essere memorizzati. La prima ballad posta al terzo posto in scaletta descrive di per sé un album che, senza rinnegare il suo spirito hard, non disdegna affatto l’idea di prendersi una pausa ogni tanto, ricercando una melodia più facile e rilassata, quasi per nascondere il proprio lato più sentimentale: non c’è niente di male né di brutto nella timida “Late December”, ma così com’è spezza un po’ il ritmo senza che sia dato capirne il perché. Con “Run Away” le cose non sembrano andare molto meglio, come l’istintivo accostamento con un generico e delicato pop sanremese (oggi peraltro nemmeno più di moda) lascia facilmente intuire. Traccia dopo traccia, “Standing On The Edge” continua su coordinate simili, che vedono intrecciarsi momenti più caldi ed ispirati (“Say Goodbye” o la conclusiva “Running Out Of Time”) con altre situazioni (“Do You Remember”, “Chosen Few”) nelle quali il mestiere – pur ottimo, cristallino, rivelato – sembra prevalere sul momento veramente unico, illuminato, definente. La tendenza è accentuata nella parte finale della tracklist: che sia per stanchezza del disco o dell’ascoltatore, le ultime quattro o cinque tracce lasciano l’amaro in bocca non tanto per l’esito irrisolto, quanto per l’impossibilità di formulare un giudizio su brani di tessuto così rinunciatario e impalpabile.

Non bastano un bell’assolo di chitarra o un bel tappeto di tastiere seventies per salvare le sorti di un album che nelle battute finali appare inesorabilmente – e sorprendentemente, verrebbe da dire – avviato sui binari di una parabola discendente. Certo, un disco di McAuley si ascolta sempre volentieri: la genuinità del personaggio ed il peso specifico delle esperienze che esso porta in dote sono non solo una rappresentazione autorevole dello stato di fatto, ma anche un’assicurazione sulla qualità di ciascuna uscita futura. Non chiederti cosa una persona ha fatto, ma cosa potrebbe fare: anche seguendo il nuovo mantra delle risorse umane, le prospettive di questo artista rimangono assolutamente rosee e la sua credibilità intatta, se non propriamente rafforzata. Se c’è un aspetto di “Standing On The Edge” che lascia più tiepidi, questo è l’assenza di autentici momenti on the edge: a dispetto di qualche rara traccia più tosta e grintosa, questa è la classica uscita di riuscita e (forse) vendite garantite ma niente di diverso, di inaspettato, di più. Infine, ferisce un po’ l’orgoglio nazionale constatare come, con i tre compagni di viaggio americani dei Black Swan, il risultato della collaborazione si sia attestato su livelli decisamente più alti, che al momento rimangono l’espressione recente più viva e interessante di questo artista.

Etichetta: Frontiers Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. Thy Will Be Done 02. Standing On The Edge 03. Late December 04. Do You Remember 05. Say Goodbye 06. Chosen Few 07. Run Away 08. Supposed To Do Now 09. Wanna Take A Ride 10. Like A Ghost 11. Running Out Of Time
Sito Web: facebook.com/RobinMcAuleyRock

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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