Rian – Recensione: Twenty-Three

I RIAN sono un quartetto svedese proveniente dalla capitale Stoccolma, che ha debuttato nel 2017 con “Out Of Darkness” e che oggi pubblica – accasatosi con Frontiers – il primo di una serie di album che ne inaugurano una sorta di secondo capitolo (“Rian 2.0”) nella promettente carriera. Prodotto da Daniel Flores (Find Me, The Murder Of My Sweet), il disco propone materiale composto dal 2018 al 2020, le cui influenze spaziano da Bon Jovi a Dokken, da Europe a Queensryche, da Survivor a Winger aggiungendo un tocco di Alter Bridge – come precisa la band – per dare al tutto un tocco più contemporaneo e moderno. E’ il basso di Jonas Melin ad aprire le danze di “Twenty-Three”, anche se l’illusione di trovarci di fronte ad un intrigante melodic sì ma a tinte dark dura giusto un paio di battute: i tappeti di tastiere ed il cantato di Richard Andermyr sono soffici soffici, e nonostante Jan Johansson dia l’impressione di pestare parecchio pesante sulla sua batteria, alla fine è l’impronta sentimental/melodica a prevalere. Il disco è comunque caratterizzato da un buon dinamismo, grazie ai suoi riff di chitarra sempre in primo piano (“In The Dark”), ad un drive sostenuto che dà a più riprese un forte senso di direzionalità (“Stranger To Me”), ad una produzione pulita e curata che per molti dischi discreti costituisce una sorta di lasciapassare (Papers Please, 2013) verso una qualche, effimera forma di grandezza.

Nel caso di “Twenty-Three” uno degli aspetti più interessanti espressi dalla formazione svedese è l’abilità nell’inserire sonorità ed intermezzi di provenienza e grandiosità classicamente metal all’interno di un album che può raggiungere un pubblico ampio e trasversale: la setosità cosmetica dei suoi cori (“For Your Heart”) e la leggerezza con la quale i pregevoli assoli di Tobias Jakobsson (“We Belong”) si calano all’interno di una scaletta relativamente morbida testimoniano una padronanza di più generi, una coesistenza teoricamente complessa ma risolta brillantemente, una forma di sensibilità e di equilibrio che gli scandinavi hanno – ma chissà se oggi si potrà ancora dire, senza rischiare di scadere nella distinzione di genere – nel sangue. Queste non sono probabilmente doti che fanno gridare al miracolo, né avvertire l’urgenza di intrufolarsi ad ascoltare… ma una volta premuto play permettono almeno di godersi la novità fino alle sue battute finali. La presenza di qualche filler nel finale si accetta con serenità: quando ascolto “Body And Soul” il mio pensiero va immediatamente alla canzone – molto più intensa – dei Crimes Of Passion, e “Your Beauty” sembra il titolo piacione che userebbe un Giletti imitato da Ubaldo Pantani… ma in fondo anche questi minuti di noia decompressione (“The Passenger” è molto sbadigliosa, in effetti) ci aiutano ad apprezzare il buono che li ha preceduti. Va detto che le caratteristiche di “Twenty-Three” si ritrovano in tutte le sue tracce, a cominciare da una title-track che finalmente funziona come un’introduzione all’intera scaletta: chorus orecchiabili, ritmiche aggressive ed assolone d’ordinanza compongono un quadro di certo poco originale, ma che si lascia ascoltare davvero volentieri per la gioia, potente e verace, con la quale il tutto sembra essere stato assemblato lassù all’ordinato nord.

Insomma, passeggiando tra i sentieri che compongono questa track-list non si corre il rischio di perdersi, e sono tanti i momenti nei quali dentro al disco si sente un’anima, da immaginare – provare per credere – attraverso la semplicità di un’esecuzione acustica per percepirne ancora meglio la sostanza. Vi sono momenti, all’interno di “Twenty-Three”, squisitamente melodici (“My Ocean”) ma anche altri nei quali si ha l’impressione che lo sviluppo di questi brani in chiave dolcificata rappresenti una scelta coerente (e prudente, al debutto per una major) ma anche una limitazione, perché nei solchi e nelle teste dei RIAN pare esserci una capacità ulteriore – ed inespressa – rispetto ai vaporosi oohh-ooohhh che qui fanno capolino ogni tanto. La mia sensazione è quella che privilegiando la componente hard-rock il quartetto di Stoccolma potrebbe dare vita ad una proposta più instabile, asciutta ed interessante: una considerazione che vale come un piccolo e personale rimpianto, ma anche come la fiamma che alimenta il desiderio di sentire ancora parlare di loro.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Stop 02. In The Dark 03. Where Do We Run 04. Twenty-Three 05. For Your Heart 06. We Belong 07. My Ocean 08. Body And Soul 09. The Passenger 10. Stranger To Me 11. Your Beauty
Sito Web: rianrocks.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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