Audioslave – Recensione: Revelations

Revelations‘ non poteva scegliere momento peggiore per fare la sua comparsa sugli scaffali dei negozio. Insistenti voci di scioglimento, rafforzate da un Chris Cornell che parla più volentieri della propria carriera solita che della band in questione, ed in più una scarsa attenzione da parte dei mass media (vi ricordate invece il tam tam di cui aveva goduto l’album d’esordio?). Tutto lasciava presagire ad un flop annunciato, un semplice disco di routine nato per chiudere contratti in atto e ricominciare a vivere altrove. Ed invece siamo di fronte all’album più fresco prodotto dalla band, un viaggio rilassante tra le regole del rock classico e del funk tradizionale. Due delle influenze innegabili che musicisti come lo stesso Cornell o Tom Morello hanno portato con loro lungo la carriera e qui escono con naturalezza, appena filtrate da un sentire più moderno nella scelta delle sonorità. Paradossalmente questo ritorno alle origini fa di ‘Revelations‘ l’album dove cresce l’amalgama del gruppo, dove non si può davvero più sostenere che ci siano i Rage Against The Machine con il cantante dei Soundgarden, dove si sente fluire il piacere di suonare per il gusto di farlo. Intendiamoci, non ci sono certo trovate rivoluzionarie o sperimentalismo, ma per artisti che hanno creato standard, hanno scritto brani memorabili e segnato indelebilmente la storia della musica, è arrivato probabilmente il momento di godersi il mestiere senza troppi sbattimenti… e se i risultati sono quelli che si possono ascoltare in ‘Revelations‘ non c’è davvero motivo di lamentarsi. Ci sono infatti brani dalle ossature ritmiche potenti, ma mai davvero pesanti o sovrastanti, c’è la classe di un Morello che quando tira fuori la parte solista azzeccata riesce ad imprimere un marchio indelebile, c’è ovviamente un Chris Cornell che non cerca più le note impossibile di un tempo, ma si accontenta (?!) di interpretare il proprio ruolo di fine armonizzatore con la dovuta diligenza. Dopo qualche ascolto vi accorgerete che nessun brano è di troppo, ogni song mette in mostra una diversa sfaccettatura e sempre in modo asciutto ed essenziale. Premio personale dei miglior momento va ad ‘Original Sin’, un brano esplosivo in cui rock, funk e Motown si mischiano in modo splendido. Ma anche ‘One of The Same‘, con il suo ritmo ballabile, e il sofferente crescendo di ‘Wide Awake‘ se la giocano alla pari. Una gradita sorpresa per tutti gli amanti della musica.

Voto recensore
8
Etichetta: Universal

Anno: 2006

Tracklist:

01. Revelations

02. One And The Same

03. Sound Of A Gun

04. Until We Fall

05. Original Fire

06. Broken City

07. Somedays

08. Shape Of Things To Come

09. Jewel Of The Summertime

10. Wide Awake

11. Nothing Left To Say But Goodbye

12. Moth


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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