The Cure – Recensione: The Head On The Door

“Pornography” (1982) è stato il disco “dark” per antonomasia, il trionfo dell’ennui negato poco dopo da un successore come “The Top” (1984), psichedelico e colorato. D’altronde le mosse di Robert Smith e dei Cure non sono mai state prevedibili. “The Head On The Door” arriva come una sorta di compromesso tra ciò che è stato, è e sarà. E’ l’album di una malinconia dolce e non funesta, dove il torpore si trasforma in un pop pennellato di nero, delicato e suadente. E’ anche l’album della ritrovata amicizia (o almeno reciproca sopportazione) con Simon Gallup, che torna al basso. A completare la line-up ecco il fido Porl Thompson alla chitarra, Laurence Tolhurst alle tastiere e Boris Williams alla batteria.

Per quanto “The Head On The Door” possa essere giudicato il disco “di passaggio” verso le sonorità dell’immenso “Disintegration”, l’album è scorrevole e ricco di idee che vanno a pescare a piene mani tanto dal periodo post-punk a quello delle sperimentazioni recenti, senza nascondere la volontà di strizzare l’occhio a un pubblico amante del sound radiofonico. E non c’è bisogno che sia l’autore di questo articolo a ricordarvi come la musica di largo consumo dell’epoca fosse ben più impegnata e piacevole di quella attuale.

Ma non divaghiamo. Ad aprire le danze ecco un brano destinato a rimanere nel cuore di fan vecchi e nuovi, quella “In Between Days” così dinamica ma mitigata dai passaggi di chitarra acustica e tastiere sornione, ponte ideale per la più introspettiva “Kyoto Song”, deliziosa canzone dai tratti orientaleggianti che bilancia furbescamente intimismo e suoni colorati. C’è di tutto e non si butta via niente. Il passato ritorna prepotentemente in episodi come “The Baby Screams”, “A Night Like This” o l’ottima “Sinking”, ma il dolore sembra più controllato e gestito con maturità. La materia è tanta, ma non troppa. Tutto scorre armoniosamente, dai ritmi latini di “The Blood” all’inno rock’n’roll non a caso intitolato “Push”.

Eppure, il brano che più degli altri fu destinato a rimanere nella memoria collettiva, è proprio quella “Close To Me”, uno dei pezzi più easy concepiti dai Cure, cantato da Robert Smith con una gigioneria da manuale, ma così intenso e toccante che l’etichetta di “canzone d’amore” va decisamente stretta. “The Head On The Door” proietta i Cure verso il successo planetario e li rende accessibili a un audience ben più ampia di quella d’origine.  Con il suo gusto dolceamaro.

Voto recensore
S.V.
Etichetta: Fiction Records

Anno: 1985

Tracklist:

01. I n Between Days
02. Kyoto Song
03. The Blood
04. Six Different Ways
05. Push
06. The Baby Screams
07. Close to Me
08. A Night Like This
09. Screw
10. Sinking


Sito Web: http://www.thecure.com/

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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