Architects – Recensione: The Classic Symptoms Of A Broken Spirit

Senza far passare troppo tempo da “For Those That Wish To Exist”, uscito l’anno scorso, gli Architects tornano in studio per il decimo album della loro carriera. Come tutte le band all’interno del panorama metalcore attuale, anche loro hanno iniziato una lenta e progressiva evoluzione del proprio sound. Ma prima di parlare del nuovo album, vorrei aprire una piccola parentesi sugli artwork dei precedenti lavori in studio: si può notare, infatti, che da “Ruin” a “Lost Forever/Lost Together”è stata spesso utilizzata la famosa ”A” del logoin varie versioni, mentre poi da“All Our Gods Have Abandoned Us”le grafiche sono diventate più essenziali, fino ad arrivare alla minimalista cover di “The Classic Symptoms Of A Broken Spirit”: una scritta nera su uno sfondo bianco, in cui si intravede solo un leggero simbolo. Questo è un modo implicito della band di comunicarci una rottura definitiva con il passato?

In ogni caso, in un post pubblicato su Facebook il giorno prima dell’uscita del disco, Sam Carter ha parlato di come si sviluppa un’idea creativa e dell’importanza di comporre musica “senza l’interferenza della paura, dei dubbi o delle pressioni commerciali”, specificando anche che anni fa la musica era per lui una maniera per esprimere la propria rabbia interiore. Adesso, essendo cresciuto, così come è maturato il suo modo di comporre, la rabbia non è più il sentimento principale. Non che sia completamente sparita, ma ci tiene a sottolineare che ci sono anche altre emozioni molto più complesse alla base delle nuove canzoni. Poi mette subito le mani avanti dicendo che non tutti apprezzeranno questa nuova svolta, dato l’uso preponderante delle sonorità elettroniche, ma la priorità per la band è stata l’integrità e questo per loro significava pubblicare comunque “The Classic Symptoms Of A Broken Spirit”, perché soddisfatti del lavoro svolto, seppure con il timore di generare del malcontento tra i fan di vecchia data.

omunque, se vi sono piaciuti i precedenti “Holy Hell” e “For Those That Wish To Exist”, non avrete molta difficoltà ad apprezzare anche questo nuovo album. Ancora una volta gli Architects dimostrano di essere in grado di comporre musica in maniera assolutamente solida e ben studiata, nulla è lasciato al caso. Le sezioni più delicate di “A New Moral Low Ground” e “Burn Down My House” (qui si sente il riferimento ai Bring Me The Horizon) fanno da contrappunto ai riff granitici di “Deep Fake” e “Living Is Killing Us”. La musica degli Architects continua a svilupparsi e trasformarsi ogni volta in qualcosa di più ambizioso, ma bisogna ripetere lo stesso discorso che è stato fatto per i Parkway Drive: si percepisce che molti dei brani di questo album sono stati realizzati per concerti in grandi location, come i singoli“When We Were Young” e “Tear Gas”, che tra l’altro sembra prendere spunto dall’industrial metal tipico dei Rammstein.Tuttavia, non ci si può non inchinare di fronte alla bravura di Sam Carter e alla sua padronanza vocale. In questo album si spinge oltre i limiti della propria estensione, ad esempio nell’inizio di “Doomscrolling”, e solo ogni tanto si abbandona alle urla più death, come nella conclusiva “Be Very Afraid”.

Nonostante la morte di Tom Searle nel 2016 abbia lasciato un vuoto all’interno della band, simboleggiando la chiusura di un vecchio capitolo e l’inizio di uno nuovo con l’uscita di “Holy Hell”,gli Architects non hanno mai smesso di reinventarsi. Nel complesso “The Classic Symptoms Of A Broken Spirit” è meno raffinato e grandioso del precedente“For Those That Wish To Exist”, ma il loro sound oggi è sicuro e convincente. Lo stesso vale per i testi, che affrontano alcune tematiche importanti ed attuali come il consumo capitalistico, la salute mentale e la depressione. Ciò che conta è che gli Architects hanno sempre gli occhi puntati al futuro perché “è sempre importante cambiare e mettersi alla prova come musicisti” e noi non ci aspetteremmo niente di diverso da una band di questo calibro.

(Roberta Rustico)

Altro giro, altra corsa per gli Architects. “The Classic Symptoms Of A Broken Spirit” è un progetto che la band ha in cantiere dai tempi della stesura di “For Those That Wish To Exist”, come confermato da loro stessi. La natura del disco è dunque molto simile al suo predecessore, come se fossero entrambe facce della stessa medaglia. Sicuramente viene a meno l’effetto shock che “For Those…” ha portato con se, dettato da un radicale cambio di genere ma non di stile. Il gruppo si avventurò in un territorio nuovo, facendo subito proprio un suono diametralmente distante dal loro canone tipico. Tutto ciò con gran successo, dettato non solo dai numeri che il disco fece, ma anche dall’affetto dimostratogli dai fan. Ora quello stesso stile torna a mostrare i denti in questo nuovo lavoro, senza bruciare neanche un secondo.

Deep Fake” parte a cannone con un riff che si rifà a questa nuova linfa creativa ed un ritornello in cui Sam sfoggia tutto il suo tatto melodico. Segue sulla falsa riga “Tear Gas”, mentre “Spit The Bone” è la prima vera traccia in cui la band gioca con i synths, non con risultati entusiasmanti per quanto mi riguarda. Non c’è mai, in tutto il disco, un momento in cui i sintetizzatori si mostrano interessanti, ma fanno sempre da spina dorsale in modo molto timido. Spesso, inoltre, si perdono nel casino che è il mix dell’album. La produzione, in linea generale, è over-compressa e inutilmente rumorosa. Lasciamo le ‘loudness wars’ nel 2008, che è un periodo musicale che non ci serve rivivere. Ovviamente si parla di un progetto millimetrico da una band che sa quello che fa, ma sfortunatamente l’eccessiva anti-dinamica che permea “The Classic Symptoms…” lo penalizza, più che appesantirlo come dovrebbe.


Burn Down My House” è il primo tentativo di variare un po’ le carte in tavola e rallentare un attimo. Sfortunatamente non è fino a “When We Were Young”, dopo “Living Is Killing Us”, che il disco riprende la mia attenzione completamente. Il che è simbolico del lavoro in se. Il pezzo, tra i migliori negli ultimi anni di carriera per gli Architects, è anche il primo singolo dell’album. A primo acchito non mi disse molto, ma è cresciuto davvero tanto in me. Così come il singolo, si può parlare anche del disco intero. Già al secondo ascolto (a volumi molto più bassi, per Dio), molte delle tracce iniziavano ad insinuarsi sempre di più nel mio cervello. “The Classic Symptoms…” è un mattone a primo ascolto, che però serve a costruire un’affinità sempre più alta con il passare dei giri. Così, risollevato da “When We Were Young”, vengo colpito dal primo ‘non-singolo’ che effettivamente mi prende da subito: “Doomscrolling”. È da questo punto nella tracklist che mi trovo davanti al disco che, da fan di “For Those That Wish To Exist”, volevo sentire. “Born Again Pessimist” e “A New Moral Low Ground” sono entrambe sfuriate di rara cattiveria alle quali il quintetto Inglese ci ha abituato con gli anni. “All The Love In The World”, senza infamia ne lode, lascia spazio alla closer spettacolare “Be Very Afraid”. Non mi aspettavo assolutamente una chiusura così abrasiva e veloce, ennesima e definitiva prova che Sam Carter è in forma smagliante. Screams alti, growls molto bassi ed un pulito dalle mille sfaccettature, a volte forse un filo troppo strozzato, danno voce ad un disco che divide ma colpisce il bersaglio.

Il guitar work è in linea con la nuova facciata degli Architects, così come un lavoro di batteria molto semplificato ma d’impatto. Il basso… le poche volte che non si perde nel mix, sfoggia un suono bello arrogante e cattivo. Tutto sommato, “The Classic Symptoms Of A Broken Spirit” (Qualcuno dica ai cinque di pensare ai recensori quando decidono di dare titoli così lunghi agli album) è un disco godibile, penalizzato da una produzione fin troppo casinista ma con sprazzi di genialità compositiva tipica della band. Se “For Those That Wish To Exist” (ridaje con i titoli lunghi) non faceva per voi, non sarà questo nuovo lavoro a cambiare la vostra percezione sugli Architects. Se invece siete di parte con questa nuova direzione, l’ascolto è stra consigliato!

(Matteo Pastori)

Etichetta: Epitaph Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. Deep Fake 02. Tear Gas 03. Spit The Bone 04. Burn Down My House 05. Living Is Killing Us 06. When We Were Young 07. Doomscrolling 08. Born Again Pessimist 09. A New Moral Low Ground 10. All The Love In The World 11. Be Very Afraid
Sito Web: https://www.facebook.com/architectsuk

Matteo Pastori

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Nerd ventitreenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco.

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