Manes – Recensione: Be All End All

Il 2014 è stato un anno impegnativo per Tor-Helge Skei . Dopo averci convinto con il progetto Lethe insieme alla bravissima vocalist Anna Murphy (leggi QUI la recensione di “When Dreams Become Nightmares”), il musicista norvegese decide di riportare in vita gli eclettici Manes. Originatisi dal bacino black metal dei primi anni’90, i Manes sono poi diventati pionieri della contaminazione del genere con panorami musicali differenti, fino a trasformare il gruppo in una creatura del tutto personale e fuori dagli schemi, come testimoniano capolavori del calibro di “Vilosophe” (2003, la recensione) e l’estraniante delirio di “How The World Came To An End” (2007, la recensione), un disco tanto fuorviante (in senso positivo) che all’epoca non ce la sentissimo nemmeno di valutarlo con un giudizio numerico.

Ecco dunque che le aspettative verso “Be All End All” (i dettagli), diventano inevitabilmente altissime. E all’ascolto, purtroppo, notiamo come vi sia qualche nervo scoperto. Chiariamoci subito, non siamo di fronte a un brutto disco, ma il lavoro, se rapportato al passato, appare più tranquillo e non comunque malefico e azzardato come i suoi predecessori. Viene a mancare quel grande senso di angoscia e alienazione che gli album precedenti, pur lontanissimi dal concetto di black metal a tutto tondo, riuscivano a suggerire. “Be All End All” appare come un buon disco di rock sperimentale contaminato da trip-hop e basi ambient, ma indubbiamente più orientato verso la melodia e la fruibilità.

Lo suggerisce l’accoppiata iniziale composta “A Deathpact Most Imminent” e “Ars Moriendi (The Lower Crown)”, due episodi introspettivi che però flirtano con un pop/rock malinconico e orecchiabile dove le parti elettroniche sono gradevoli e soffuse, la voce effettata e solo sul finale l’ingresso delle chitarre elettriche da maggiore solidità. Convince la prova del vocalist Asgeir Hatlen, che mostra una grande versatilità in occasione dell’electro blues onirico e fumoso di “Blanket Of Ashes” e nelle sperimentazioni di “Name The Serpent”, rock multiforme ma davvero gradevole con lunghe divagazioni trip-hop carezzevoli e una parte di voce femminile. I Manes che abbiamo amato tornano solo in occasione del finale con “Turn The Streams”, canzone abrasiva e indefinibile che mischia l’elettronica a chitarre algide e graffianti, mentre un sax notturno accompagna con suoni profondi.

“Be All End All” presenta però alcuni difetti strutturali da vedersi in brani se non troppo simili tra loro, forse orientati in maniera eccessiva sulla linearità, con strutture abbastanza semplici e ripetute a favorire melodie d’effetto, senza prodigarsi in quella sperimentazione anarchica e senza limiti che ci saremmo aspettati. In definitiva un bel disco, che però non fa male, probabilmente derivato da un semplice arrangiamento del numeroso materiale composto dal master mind negli ultimi anni.

Voto recensore
7
Etichetta: Debemur Morti Productions

Anno: 2014

Tracklist:

01.  A Deathpact Most Imminent
02.  Ars Moriendi (The Lower Crown)
03.  A Safe Place In The Unsafe
04.  Blanket Of Ashes
05.  Broken Fire
06.  Free As In Free To Leave
07.  Name The Serpent
08.  The Nature And Function Of Sacrifice
09.  Turn The Streams


Sito Web: https://www.facebook.com/manes.no

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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