Thabu – Recensione: Reborn

Durante l’arco di un anno solare, dopo la miriade di album ai quali il recensore di turno è obbligato a dare il giusto peso per poi scriverne in seguito si raggiunge fisiologicamente un momento di stanca perché a fianco di piacevoli sorprese o conferme capita di imbattersi in decine di prodotti veramente poco degni di nota.

I Thabu, pur nella loro oggettiva preparazione strumentale ed armonica, fanno purtroppo parte di questa fetta di band per le quali sarà veramente dura ritagliarsi uno spazio congruo nel mercato metal; gli argentini sono, senza fronzoli, una sorta di Symphony X senza la componente neoclassica estremamente spiccata a parte gli assoli di chitarra del pur bravo Santiago Diaz Garces. Nella title track si percepisce come il cantante James Robledo tenti semplicemente di emulare Russell Allen piuttosto che costruirsi un timbro e delle linee personali; ciò accade anche nei lenti tipo “Beyond The End” e non solo nei pezzi power più tirati (peraltro quasi tutti mid tempo). È infatti presente in maniera massiccia tra le influenze dei nostri il metal tecnico di primi Queensrÿche e Fates Warning obiettivamente ben metabolizzati ma non riproposte in un maniera interessante.

Potrebbe esserci qualche spiraglio di potenzialità per il futuro di questi ragazzi sudamericani anche se per ora rimangono un discreto punto interrogativo.

Voto recensore
5,5
Etichetta: Pure Prog

Anno: 2012

Tracklist:

01. A Game Of Lies

02. Reborn

03. Fictionating The Present

04. Beyong The End

05. Theater Of Faith

06. Remains Of Reality

07. Leaving My Root

08. Hunting Sinners

09. Violentango


Sito Web: http://www.thabu.com.ar

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