Manilla Road – Recensione: Playground Of The Damned

Il gruppo di Mark Shelton continua il proprio viaggio ormai trentennale con questo “Playground Of The Damned”, che mischia elementi del periodo classico e nuove tendenze dell’ultimo corso, ma sempre nel nome dell’epic metal ottantiano.

 

L’inizio è sferragliante e minimale con “Jackhammer”, dove si percepisce l’essenza di un metal ridotto all’osso, forse un po’ retrò, ma che ancora oggi ha qualcosa da dire. Sound minimale sì, ma con dei passaggi comunque intricati e guidati dalla voce suadente di Shelton, che ci porta a un paragone coi nostrani Doomsword ed, in particolare, con l’ultimo “The Eternal Battle”. “Into the Maelstrom” si muove su tonalità decisamente più profonde nella linea principale e caratterizzata da riff molto epici e doom alternati a mitragliate di chitarra elettrica simili a una lenta marcia guerresca, passi di soldati risvegliati da chissà quale medioevo fantastico, guidati lentamente verso l’oblio. La titletrack è piuttosto noiosa, mentre è interessante l’inizio di “Grindhouse”: un soffuso arpeggio di chitarra introduce un pezzo cadenzato, che odora sempre di campi di battaglia. Un ritmo di batteria caotico apre “Abbattoir De La Mort”, dove la voce diventa addirittura cavernosa nel ritornello: Shelton sembra avere abbandonato la “nasalità estrema” dei tempi di “Open The Gates”, per concedersi differenti soluzioni nell’arco di uno stesso album. Il finale si fa decisamente più interessante e meno claustrofobico a partire da “Fire Of Asshurbanipal”: momenti sognanti si accompagnano a melodie delicate di chitarra per narrare storie epiche di tempi perduti, prima che al secondo minuto si riparta nuovamente con la solita cavalcata in pieno stile Manilla Road.

 

La conclusiva “Art Of War” è una sorta di ballata oscura in cui un arpeggio di chitarra e la voce tornata nasale per l’occasione ci conducono alla fine della “guerra” norrena e ancora una volta ci vengono in mente i Doomsword per tematiche e sonorità. Non è che in questa occasione i maestri abbiano tratto ispirazione dall’ultima fatica dei discepoli? “Playground Of The Damned” è un disco onesto, fedele alle radici dei Manilla Road, anche se lontano dai fasti del passato e da canzoni memorabili come “The Ninth Wave” o “Witches Brew”.

Voto recensore
6,5
Etichetta: Shadow Kingdom

Anno: 2011

Tracklist:

01. Jackhammer

02. Into the Maelstrom

03. Playground of the damned

04. Grindhouse

05. Abattoir de la mort

06. Fire of Asshurbanipal

07. Brethren of the hammer

08. Art of war


Sito Web: http://www.manillaroad.net/

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. LordBritish

    Chiedo scusa se ciò che scrivo suonerà come mancanza di rispetto al recensore o ai Doomsword, ma credo che vedere questi ultimi come ispiratori per i Manilla Road sia un’affermazione al limite dell’incredibile.
    Trovo questa recensione davvero troppo riduttiva, secondo me questo Playground of the Damned si avvicina ai capolavori degli anni ’80 più dei suoi immdeiati e comunque ottimi predecessori. Uno dei tre migliori dischi dell’anno, per me.

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  2. domenico

    Concordo con LordBritish, questo album è un capolavoro, e mi devo anche ricredere sulla qualità della registrazione….i M.R. l’hanno voluta proprio così e poi scusate, parliamoci chiaro: finalmente un album dove si distingue il basso!
    Grande album, il migliore del 2011! Da assaporare lentamente, ascolto dopo ascolto….imperdibile!

    P.S. studiate la storia e la leggenda di Asshurbanipal (re assiro) e poi ascoltate il brano che lo riguarda presente in quest’album…..grandissimi Manilla Road!

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