Leatherwolf – Recensione: Kill The Hunted

Non esattamente al primo pelo, i Leatherwolf sono una band americana – proveniente dalle spiagge di Huntington Beach, in California – che già a metà degli anni ottanta condivideva il palco con nomi del (futuro) calibro di Metallica e Slayer. Autori di tre buoni album dal 1984 al 1989, i Leatherwolf godettero anche di una discreta ribalta su MTV, nonostante il loro status di metallari duri e puri non-allineati rispetto al glam/sleaze che all’epoca andava per la maggiore. Travolti come tanti dall’ondata grunge/alternative degli anni novanta, i Leatherwolf furono successivamente autori di un paio di ritorni sulle scene in grado di destare interesse: il primo con la pubblicazione del live album “Wide Open” nel 1999 ed il secondo con la realizzazione di “World Asylum”, prodotto in studio dall’esperto Jacob Hansen. “Kill The Hunted” rappresenta quindi una sorta di terzo ritorno, per una formazione testarda che – inevitabilmente – ha dovuto fare i conti prima con il cambio di gusti e tendenze, poi con i non-eventi della pandemia ed infine con i cambi di formazione che hanno richiesto periodi di adattamento per ritrovare spirito e coesione originali: è dunque con questo piglio, e con un nuovo cantante (Keith Adamiak), che il nucleo storico della formazione americana (con Dean Roberts alla batteria e Rob Math alla chitarra) si è ritrovato per la quinta volta in studio per definire i contorni di questa nuova uscita.

Concepito in quasi tutte le sue parti già nel 2008, “Kill The Hunted” si è avvalso per il suo completamento del missaggio di Randy Burns (Megadeth, Kreator, Helstar) e della masterizzazione di Tom Baker (Judas Priest, Mötley Crüe, Pantera), senza tralasciare l’artwork realizzato da un artista (Marc Sasso) autore di collaborazioni con Dio, Halford e Rob Rock. Se quindi si tengono in considerazione gli anni di carriera alle spalle ed il lungo tempo di gestazione, si intuisce facilmente come questo disco rappresenti una nuova occasione di rivalsa per il sestetto americano, forte di una line-up che vede ancora all’opera tre chitarristi, come ai promettenti tempi degli esordi. Salutata con entusiasmo la disponibilità per l’ascolto di file audio non compressi, che permettono di cogliere al meglio le sfumature di questo lavoro, i cinquanta minuti si aprono all’insegna di un hard’n’heavy tirato e coeso (“Hit The Dirt”), ritmicamente vivace e basato, come facilmente intuibile, sulle evoluzioni del trio di chitarristi coinvolti.

I suoni freddi e la performance graffiante di Adamiak (“Madhouse”) riportano ai gloriosi fasti di Slave To The Grind (1991), nonostante un approccio leggermente meno melodico che favorisce le parti strumentali a discapito dell’immediata cantabilità dei chorus. Tuttavia, e come si conviene ad una realtà a suo modo storica, il prodotto finale è ben bilanciato e l’incisività ripartita in modo intelligente, con acume quasi prog (“The Henchman” è un brillante esercizio di arrangiamento nel quale svetta anche il basso di Barry Sparks): chitarre e batterie contengono la loro esuberanza per lasciare spazio alla voce ogni volta che serve, come nella cadenzata title-track, senza che la tensione cali mai in modo percettibile. Al contrario, il continuo innesto di elementi che spaziano dal coro epico alla pennata thrash conferiscono un bel vigore ad ogni singolo istante (“Medusa”), presentando una band che presenta alcuni elementi di contatto con i Trivium ed i Testament, comunque in uno stato di forma la cui bontà appare confermata dalla distribuzione mondiale dell’album, affidata a quattro etichette. Non mancano inoltre episodi di sapore più rock e contemporaneo (“Only The Wicked”), capaci di attualizzare il messaggio degli statunitensi senza però mai tradirne completamente la natura metal: è proprio grazie al supporto onnipresente delle chitarre che anche i momenti più radiofonici ritornano veloci sui binari dell’heavy, facendo apprezzare come eventuali variazioni rimangano felicemente tali all’interno di confini individuati con invidiabile chiarezza, stilistica e di idee.

In un quadro così pieno e vivace la produzione rappresenta la classica ciliegina sulla torta: “Kill The Hunted” è uno di quegli album che beneficiano di un volume sostenuto per essere apprezzati in tutta la loro ignorante consistenza, con i suoni delle chitarre in primo piano che sembrano davvero esplodere – in modo piacevole – quando sostenuti da una corposa quantità di watt. A distanza di qualche anno dal precedente ritorno sulle scene, sembra che per i Leatherwolf sia arrivata la volta buona per imbarcarsi alla conquista dei cuori dei fan che, come loro, non hanno mai smesso di crederci: superate le insidie trendy del grunge ed i vuoti – quelli veri e pneumatici – della pandemia, il futuro di una band convinta e con un disco bello tosto da promuovere non può che apparire ragionevolmente e finalmente roseo.

Etichetta: Rock Of Angels

Anno: 2022

Tracklist: 01. Hit The Dirt 02. Nobody 03. Kill The Hunted 04. Only The Wicked 05. Madhouse 06. Medusa 07. The Henchman 08. (Evil) Empires Fall 09. Road Rage 10. Lights Out Again 11. Enslaved
Sito Web: facebook.com/leatherwolfmetal

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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