Lana Lane – Recensione: Neptune Blue

Roboante, altisonante ma non del tutto inappropriato. Definire Lana Lane una signora del rock (melodico) potrà apparire ad alcuni esagerato, perché forse il nome della cantante americana non ha mai raggiunto una notorietà sufficientemente trasversale: tuttavia, la solidità del suo percorso musicale e la forza della consapevolezza artistica raggiunta in tanti anni di carriera la pongono di diritto tra quegli interpreti che non devono dimostrare nulla, se non la voglia di dare nuova continuità alla propria arte. Nata a Concord (California) e sposata con il musicista/produttore Erik Norlander, Lana torna sulle scene a dieci anni da distanza da “El Dorado Hotel”, riprendendo i fili di una carriera che l’hanno vista debuttare discograficamente nel 1995, costruirsi un nome nel paese del Sol Levante, sbarcare con la propria musica in Europa agli inizi del nuovo secolo e prestare la propria versatiità ad oltre venti album da solista, tralasciando quelli che l’hanno vista coinvolta in progetti di altri. Rispetto alla consistenza più croccante e drammatica di alcune uscite precedenti (ricordo ancora il pathos della splendida “Shine” contenuta in “Red Planet Boulevard”, 2007), la Lana Lane in versione Frontiers appare ugualmente convincente ma più rilassata.

Il singolo “Remember Me”, nonostante sia afflitto da uno dei video meno ispirati che mi sia capitato di vedere (recentemente, e non solo), è un antipasto grintoso ma diretto verso i lidi del rock adulto e maturo. L’impressione, peraltro confermata dalla successiva “Under The Big Sky”, è quella di un disco che, cercando di distrarci con buoni assoli di chitarra (“Far From Home”) e piacevoli interventi di tastiera, rinuncia a gran parte delle passate pretese sinfoniche per privilegiare un approccio più intimo, femminile ed adatto a cogliere tutti gli aspetti dell’interpretazione. In questo contesto di dolce fluire si apprezzano i suoni rotondi, la delicatezza dei chiaroscuri ed una generale sensazione di equilibrio che dona a “Neptune Blue” quel carattere di inossidabile, inscalfibile ed autoriale presenza. Brani come “Miss California” sembrano provenire da un’altra epoca, quella del classic rock di metà anni settanta, tanto poco pretenziosi sono gli ingredienti utilizzati per assemblarli, e vanno apprezzati per ciò che sono, per la semplicità che ostentano, per il divertimento che i musicisti hanno affidato ai solchi del disco nonostante la prevedibile scarsa longevità del tutto. Complice una line-up matura e compiaciuta, a questo album mancano probabilmente tanto il guizzo quanto la capacità di ferire alimentando la tensione, ed immaginare le sue note che si sprigionano verticali dall’edizione limitata in vinile giallo è l’effetto più originale ed ipnotico che sia possibile associare all’ascolto delle sue tracce più suadenti o annoiate (“Don’t Disturb The Occupants”, “Someone Like You”).

Abbandonato (purtroppo?) l’interessante contrasto tra una voce di perfezione melodica ed una base hard-rock continuamente e sapientemente domata, quello che rimane di Lana Lane nel duemila e ventidue è un disco meno viscerale e più manieristico (“Really Actually” si perde in territori prog, non saprei quanto volontariamente), nel quale sembra a tratti affiorare un po’ di nostalgia per i bei sussulti andati (“Come Lift Me Up”) e le sane bordate che essi portavano in dote. Come se la bella copertina del disco volesse in qualche modo sottintendere che la dimensione di questo lavoro è quella della narrazione domestica, della felicità isolata, del colore ordinato e degli immensi campi sui quali gli artisti in pace con se stessi possono correre liberi. “Neptune Blue” è un disco seduto di spazi e profumi, un taglio col passato raccontato con eleganza, un parziale cambiamento di direzione che gli anni e gli eventi giustificano ampiamente. Se solo in questi dieci anni le energie fossero state ricaricate, invece che disperse… ma tant’è. In tempi così incerti il rock stanco di “Bring It On Home”, il pop bucolico di “Lady Mondegreen” e l’inutile dilatazione della title-track sono allora perfetti per raccontare il nostro spento e confuso quotidiano, ma alle mie orecchie suonano anche come un segnale di resa in salsa AOR per la quale i nostri tempi di rocker testardi non sono ancora – con buona pace di Lana ed Erik – così irrimediabilmente maturi.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2022

Tracklist: 01. Remember Me 02. Under The Big Sky 03. Really Actually 04. Come Lift Me Up 05. Bring It On Home 06. Don’t Disturb The Occupants 07. Lady Mondegreen (She’s So Misunderstood) 08. Miss California 09. Someone Like You (Psych Version) 10. Far From Home 11. Neptune Blue
Sito Web: lanalane.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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