Joel Hoekstra’s 13 – Recensione: Running Games

Dalla A di Adrenaline Mob alla T di Trans-Siberian Orchestra, dentro al secondo disco solista del chitarrista e compositore Joel Hoekstra (Whitesnake/Trans-Siberian Orchestra) c’è tutto un alfabeto di esperienze, stili e collaborazioni: c’è chi ha cantato per i Symphony X, chi ha suonato la batteria nei Black Sabbath, chi ha accarezzato la tastiere nei Dream Theater, chi le percussioni nei TOTO e chi ancora le corde del violino per Adele. D’altronde, se lo stesso Jeff Scott Soto (Sons Of Apollo, Trans-Siberian Orchestra) ha dovuto accontentarsi per l’occasione di un umile posto da corista, significa che il dream team messo in campo per “Running Games” doveva essere già al completo. I dischi tuttavia non si valutano per il loro pedigree: è innegabile che ci si senta ben predisposti nei confronti del lavoro di chi conosce così bene il mestiere, ma al tempo stesso l’esperienza insegna che la fusione – spesso operata per contratto o a distanza – di input così diversi può condurre con le stesse possibilità a risultati trionfanti così come a cocenti delusioni. Al netto del rispetto dovuto, bisogna insomma resettare e valutare per quello che effettivamente si ascolta, immaginando il modo in cui il tutto è stato sentito, amato e assemblato. 

Nel caso del talentuoso chitarrista statunitense, il frutto di un così nobile preambolo è un heavy melodico dalle tinte abbastanza oscure, maturo e protettivo come sa esserlo la voce di Russell Allen, ispirato come il groove che di Vinnie Appice è il marchio di fabbrica, musicalmente denso come non può non essere un album al quale – pallottoliere alla mano – hanno collaborato non meno di una decina di musicisti. Nonostante gli assoli stilisticamente perfetti dello stesso Hoekstra (“Cried Enough For You” e “Take What’s Mine”) facciano la parte giusta e del leone, “Running Games” rivela tutta la sua maturità nei momenti (frequenti) nei quali sa cogliere la possibilità di rallentare, fermarsi, contemplare e poi riesplodere con una tavolozza di colori degna di una glitterbomb. E se anche se su questo tipo di dischi aleggia il sospetto dell’eccessivo mestiere, quando il risultato è così piacevole le parti decidono mutualmente di credere al bellissimo inganno (“mangiare la foglia”) e lasciare che sia. Cosa rende questo racconto degno di essere creduto? Forse il suo riffing heavy (“Hard To Say Goodbye”) e demodè (“Fantasy”), forse il basso fibroso di “I’m Gonna Lose It”, forse il trasporto sognante della title-track o forse ancora la coralità sinfonica di “Heart Attack”: sono tanti i momenti nei quali la sostanza la puoi toccare con mano, e farla tua nel momento del calore, della suggestione, del contatto. Sono tanti i momenti nei quali ti dimentichi delle collaborazioni importanti, dei termini altisonanti propri della promozione discografica, degli orpelli che spesso sperano di distrarre da una sostanza che tu l’hai vista?, perché traccia non ce n’è. Il disco di Hoekstra, invece, non suggerisce niente di diverso dalle sue undici tracce, tutte interpretate con un misto collaudato di eleganza (“How Do You”), tecnica virtuosistica ed efficacia melodica (“Lonely Days”) che difficilmente suonano scontate. 

L’adesione quasi totale al protocollo ZeroBallad, pur potendo contare su due interpreti consumati ed irresistibilmente piacioni-alla-bisogna come Allen e Scott Soto, la dice lunga sull’intenzione in capo a questo disco di divertire e divertirsi all’insegna del rock, piuttosto che riposarsi all’ombra dei talenti a sua disposizione. Fattori che Hoekstra pare avere semplicemente innescato, lasciando ad ognuno la possibilità di esprimere il proprio gusto e raccontare la propria storia, fosse anche solo per una manciata di battute. E così, se in questo lavoro ci senti davvero Black Sabbath, DIO e Whitesnake, non è perché qualcuno ti ha suggerito con una gomitatina i loro nomi, ma perché nell’energico mix hanno trovato posto momenti di quelle esperienze, frammenti di un passato glorioso e percorsi che hanno contribuito a plasmare – per affinità oppure contrasto – l’hard rock come lo critichiamo oggi. “Running Games” è un album che aspira a farsi ascoltare e valutare per quello che realmente è, non per la conoscibilità dei suoi autori. E la consistenza della sua scaletta ci ricorda ancora una volta come la vera grandezza di un’artista stia nel continuare a mettersi alla prova come fosse ogni volta la prima, continuando a cercare, invitando a scoprire, e lasciando alla fama conseguita nel tempo il ruolo di semplice, meritata e talvolta ingombrante compagna di viaggio.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Finish Line 02. I’m Gonna Lose It 03. Hard To Say Goodbye 04. How Do You 05. Heart Attack 06.Fantasy 07. Lonely Days 08. Reach The Sky 09. Cried Enough For You 10. Take What’s Mine 11. Running Games
Sito Web: facebook.com/JoelHoekstra13

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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