Jizzy Pearl’s Love/Hate – Recensione: Hell, CA

Mi piacevano tanto i Love/Hate, a quei tempi. Tanto al punto che non penso fossimo in tanti, quell’11 Marzo del 1992, ad essere andati fino al Rolling Stones di Milano non tanto per vedere Ozzy Osbourne e la sua super band (“Theatre Of Madness Tour”) quanto questi quattro ragazzacci di Los Angeles che suonavano un hard rock sporco, robusto, irriverente ed anche un filo malinconico. Che poi con il treno arrivammo in ritardo e feci a malapena in tempo ad ascoltare l’ultima canzone del loro breve set (il concerto di Ozzy fu grandioso, però, e fui particolarmente contento di ricevere qualche gocciolina della birra che sputava sul pubblico). I Love/Hate, dicevamo. Come tante band di quella fortunata e prolifica epoca, la band fronteggiata da Jizzy “Schizzetto” Pearl debuttò con i fuochi d’artificio (“Blackout In The Red Room” fu eletto disco dell’anno sia da Kerrang! che da Metal Hammer) ma incappò nella disavventura di un secondo (ottimo) disco pubblicato quando l’avanzata a tenaglia del grunge si faceva sempre più impetuosa, al punto che se nella prima parte del tour americano Ozzy fu accompagnato da Slaughter, Ugly Kid Joe, Faster Pussycat e Motorhead, furono gli Alice In Chains ad appropriarsi del palco nella sua rimanente metà. E così anche i Love/Hate continuarono a vivacchiare: esaurito il momento, le successive uscite degli anni novanta dovettero fare i conti con gli inevitabili cambi di formazione e non lasciarono certo tracce importanti. E quando nella tua biografia Wikipedia inserisce una sezione intitolata “il declino” capisci che in quel momento la parabola assunse delle fattezze purtroppo discendenti.

Come nel caso dei Luca Turilli’s Rhapsody o dei KK’s Priest, i Jizzy Pearl’s Love /Hate non sono proprio i Love/Hate, ma ci vanno vicino. Anche grazie alle sue esperienze soliste e con RATT, L.A. Guns, Steven Adler e Quiet Riot, Pearl riesce infatti a regalare almeno una parte dell’esperienza originale: “Hell, CA” è infatti un disco diretto e senza troppi fronzoli, ruvido, ferroso e cantato con discreta personalità (“Bruised And Battered”). Dove la coperta appare un po’ corta, però, è nella mancanza di soluzioni pungenti e personali, di atmosfere rarefatte, di quel lato desolante e stranito della Sunset Strip che loro raccontavano meglio di chiunque altro. Oggi ci sono una “Acid Babebluesy e confusa, una modesta “Soul Mama” ed una “Wanna Be Somebody” povera di cori e di idee, episodi decorosi ed ascoltabilissimi ma che nella loro natura così generica davvero non reggono il confronto con il riffing ipnotico di “Wasted In America”, il cuore di “She’s An Angel” o la geniale sregolatezza di “Black Out In The Red Room”: la questione non è tanto quella del sapersi o meno ripetere, quanto piuttosto quella di utilizzare un nome collettivo – quello dei Love/Hate – che certe suggestioni divisive dovrebbe offrirle per contratto, perché altrimenti tanto varrebbe fare un disco solista e buona notte. Possibile che i Love/Hate, nella loro incarnazione attuale, non abbiamo capito dove stesse la loro stessa essenza, e quella che i fan continueranno a cercare negli anni a venire?

Incentrato sulla figura del suo frontman, stranamente avaro di informazioni sugli altri musicisti coinvolti nel progetto e condito da assoli piuttosto insapori (“Gonna Take You Higher”), questo ha tutto il sapore di un lavoro solista nemmeno troppo ispirato (“When You Gonna Come Home”), orfano e rietichettato con il chiaro scopo di attrarre un numero più grande di nostalgici, promettendo a gente divanata come me quel patetico e dolcissimo tuffo nel passato che “Hell, CA” non può in realtà offrire. L’assenza di una ballad degna di questo nome, o di qualsiasi tentativo di proporla, è essa stessa indice di una mancanza di focus e ispirazione che compromette ogni episodio in scaletta: una malattia democratica, insomma, che livella tutto – democraticamente, appunto – verso il basso. L’unica considerazione che è possibile aggiungere, allora, è quella che probabilmente è più giusto consegnare definitivamente alla memoria quella serata al Rolling Stone con il compianto Randy Castillo alla batteria, l’inconfondibile Les Paul di Zakk Wylde, gli Intercity per Lecce pieni di gente addormentata ed un promettente quartetto di Los Angeles, portato dietro con lo scopo di scaldare il pubblico e fare un po’ di casino. Incuranti del vento di Seattle e delle camicie di flanella che nel giro di qualche mese li avrebbero travolti.

Etichetta: Golden Robot Records

Anno: 2022

Tracklist: 01. One Hot Minute 02. Acid Babe 03. Gonna Take You Higher 04. Soul Mama 05. Hard To Say Goodbye 06. When You Gonna Come 07. Last Chance 08. Bruised And Battered 09. Wanna Be Somebody 10. Lonely Days Are Gone
Sito Web: facebook.com/JizzyPearlsLoveHate

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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