Andromeda – Recensione: II=I

Dopo un debutto in sordina tornano a farsi sentire gli svedesi Andromeda. Il loro prog metal di afflato tipicamente nordico non si discosta molto da quello che abbiamo potuto ascoltare da band come Abstrakt Algebra, Elsphere e Wolverine: brani ricchi di spezzature ritmiche e tecnica strumentale, mai accostabili al filone neoclassico o ‘happy’ speed, ed anzi sovente incupiti da rallentamenti e atmosfere lugubri sostenute da tappeti tastieristici inquietanti. Rispetto alle band sopraccitate gli Andromeda spostano lievemente il tiro in direzione della melodia (‘Two Is One’, ‘Casaway’), anche se spesso con il risultato di rendere meno convincente e personale la proposta. Fatto salvo l’elevatissimo livello di preparazione tecnica dei musicisti, è doveroso constatare una eccessiva freddezza delle composizioni. Non mancano infatti i momenti in cui si ha l’impressione che non si sia riusciti a trovare l’equilibrio tra scorrevolezza e complicazione strumentale dando così origine ad articolazioni musicali fin troppo pretenziose, lontane da quel pathos che altre band riescono ad imprimere nella loro opera. Qualche ombra che viene fortunatamente controbilanciata da altrettante luci: un brano come ‘Reaching Deep Within’ vale infatti da solo l’acquisto e la strumentale ‘Morphing Into Nothing’ dimostra come la band si trovi mostruosamente a proprio agio in questa dimensione. Bellissima anche ‘Parasite’, vicina in qualche modo alle prime uscite dei Pain Of Salvation (senza la forza espressiva di Daniel Gildenlow comunque). Da non dimenticare poi lo splendido lavoro di Johan Reinholdz, uno dei migliori giovani chitarristi in circolazione. Nell’insieme un album non straordinario ma sicuramente valido che lascia trasparire qualità notevoli ancora da focalizzare. Ci armiamo quindi di pazienza.

Voto recensore
6
Etichetta: New Hawen / Self

Anno: 2003

Tracklist:

Tracklist: Encyclopedia / Mirages / Reaching Deep Within / Two Is One / Morphing Into Nothing / Castaway / Parasite / One In My Head / This Fragile Surface


riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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