Hunter – Recensione: Hungry Heart

A La Serena, in Cile, ci sono spiagge assolate, osservatori astronomici, delfini e vigneti che forniscono uve per la produzione del pisco, un’acquavite sudamericana che da quelle parti è bevanda nazionale. A La Serena ci sono anche gli Hunter, formazione AOR che pubblica il primo album nel 2018, suscitando buoni riscontri soprattutto sul territorio europeo: nasce così l’interesse concorrente di Lions Pride Music (Danimarca) e Frontiers (Italia), con la prima – almeno secondo quanto dichiarato dalla band – che ha ottenuto la firma del contratto e la ri-registrazione in inglese dello stesso album. Nonostante un attacco di batteria che ricorda Skin O’ My Teeth (Megadeth, 1992), agli Hunter piace mettere subito le carte in tavola: lo fa Ed Carabantes con il suo cantato pulito ed ammiccante, lo segue Leo Correa mentre sfiora delicato i tasti della sua tastiera e lo conferma la struttura delle canzoni in scaletta, tutte piuttosto quadrate e dirette. Benchè in parte risollevato dai vivaci arrangiamenti di chitarra, non si può definire “Hungry Heart” un disco affamato né propriamente esplosivo, nemmeno se tenuto conto delle proporzioni imposte dall’ambito melodico: fatto soprattutto di ritornelli ripetuti (“Tore Love”, ma anche tutte le altre) e gradevoli riempitivi, questo album si fa apprezzare in parte per l’onestà con la quale desiste dal volere agguantare un’incisività che non sarebbe comunque alla sua portata.

Avaro di composizioni memorabili, il disco del quintetto cileno preferisce allora ripararsi in una decorosa comfort zone fatta di suoni facili e sintetici, titoli anonimi e distratti (“Tonight”), cori delicatamente sussurrati ed atmosfere ultraviolette, come quelle suggerite sulla bella copertina disegnata dal talentuoso artista bulgaro Stanislav Atanasov. A suggerire un cambio di prospettiva, e rimarcare una bella idea di leggerezza capace di smorzare il tono critico, ci sono il basso fluttuante di Juan Carlos Alfaro (“Far Away”), lo struggimento educato di “Sad Eyes” ed una “Somebody Said” già inserita da un magazine britannico all’interno del CD che accompagna la rivista. E’ proprio negli episodi più lenti e contemplativi che gli Hunter trovano l’ambiente a loro più congeniale, come se “Hungry Heart” non fosse mai completamente appagato dalla sua natura meno impegnata: nonostante non si tratti di una dimensione esplorata a dovere, episodi come “Destination” e “Snake” possiedono una punta di nervo progressive e malinconia sudamericana che ne fa almeno un piacevole diversivo, ed una temporanea via di uscita dai toni omogenei e standardizzati del resto dell’album. Il fatto che lo stesso costituisca una riedizione di un lavoro di tre anni fa, con alcuni episodi probabilmente più attualizzati di altri, ne fa un prodotto dalla genesi forse non travagliata, ma in un certo senso non del tutto lineare. Ed è proprio tra le crepe di questa mancata linearità che si annidano alcune delle più interessanti incongruenze di questo secondo debutto.

E’ un fatto che al nostro cervello piaccia etichettare, classificare, taggare persone ed esperienze con la stessa facilità con la quale riconosciamo il volto di un amico su una foto di Facebook. Ricorriamo dunque alla somiglianza semantica tra le categorie per risparmiare tempo ed energie, per sentirci più sicuri, per seguire meccanismi orientati all’autoconservazione che ci portiamo dentro dai tempi sanguinosi di Ryu, il Ragazzo delle Caverne (Genshi shōnen Ryū, 1971). Così facendo giudichiamo per analogia e perdiamo le sfumature, ed il desiderio di fare ordine finisce col prevalere su un tipo di conoscenza più consapevole e profonda che tanto delle nostre vite meriterebbe. Nel suo piccolo, al disco degli Hunter tocca più o meno la stessa ineluttabile sorte: se è vero che la sua elegante delicatezza (“Love Hunter”) rappresenta di per sé un valore rilevante, lo scaffale sul quale molti lo rilegheranno – soprattutto al termine di un ascolto che traccia dopo traccia diventa sempre più sfilacciato (“We Gotta Fight”) e ripetitivo – sarà quello dei dischi morbidi ed inoffensivi: emuli nordici ma non abbastanza, destinati a bastare a se stessi ed a morire di un oblio dolce, annunciato e senza particolari sensi di colpa.

Etichetta: Lions Pride Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Hungry Heart 02. Tore Love 03. Far Away 04. Love Hunter 05. Sad Eyes 06. Destination 07. Rise Up 08. Snake 09. Somebody Said [Love Is A Lonely Word] 10. Tonight 11. We Gotta Fight 12. Warmer Love 13. Lejos [Bonus Track] 14. Kimi [Bonus Track]
Sito Web: facebook.com/Hunterchileofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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