Wounded Knee – Recensione: Heyoke

In bilico fra hard progressivo e metallo tecnico, i liguri Wounded Knee dedicano ‘Heyoke’ alle vicissitudini patite dai nativi americani e più in generale a chi ha combattuto per difendere la propria esistenza. Musica complessa nella quale confluiscono le esperienze sul pentagramma di almeno tre decadi: dagli anni settanta arrivano la libertà espressiva a la voglia di contaminare la matrice rock con elementi colti o quantomeno eterodossi, dagli anni ottanta la tensione ritmica prettamente heavy, dal decennio appena trascorso la ‘botta’ impressa al genere da artisti come Dream Theater e Fates Warning.

‘Come In/Curley’ apre le danze e può essere considerata manifesto programmatico della band: attacco di chitarra e violino (come se in Italia ci fosse un piccolo squarcio di… Kansas), organo hammond purpleiano, riff intricati, doppia cassa in evidenza, cambi di atmosfera e tensione epica palpabile. ‘Perceptions Of Reality’ prosegue in scia con maggior spazio riservato al violino ed a divagazioni pompose guidate dalle tastiere. Arpeggi acustici abbassano momentaneamente il ritmo e vengono ricamati da svolazzi di synth analogici in ‘Red Stained Childhood’, vicina nello spirito a certo new prog britannico ma resa concreta dalla distorsione della chitarra. ‘Achtung Banditen!’ è cavalcata affine tanto al piglio enfatico del Banco del Mutuo Soccorso quanto a certe divagazioni retrò dei Pain Of Salvation, mentre ‘Apo-Logy’ è uno strumentale serrato e drammatico che, privo di inutili eccessi virtuosistici, ha il solo limite di risultare un po’ troppo vicino allo stile dei primi dischi di Petrucci&Co. negli obbligati tra tastiere e chitarra. Menzione d’onore per i dodici minuti della conclusiva ‘Sententia’ che contiene di tutto: un piano che accenna dissonanze da tradizione classica del novecento per scivolare in una sorta di romantico notturno, linee vocali quasi recitate (che ameremmo setire interpretate da Francesco di Giacomo), tempi spezzati a profusione, soffusi mellotron, labirinti di tastiere che strizzano l’occhio alla sperimentazione, intermezzi acustici dai vaghi rimandi ai Rush di inizio carriera, un pizzico di improvvisazione ‘acida’, perfino. Ah, il testo è in italiano volgare antico, a dimostrazione che le considerazioni di marketing poco interessano al gruppo.

Il tutto all’insegna di un suono caldo e vintage, lontano dalla pompate quanto fredde produzioni in voga da qualche anno per questo genere di dischi.

I limiti sono concentrati principalmente in parti vocali che, rispetto al livello qualitativo di quelle strumentali, appaiono meno azzeccate o comunque non sempre in grado di apportaree quel valore aggiunto capace di fare la differenza.

Considerando che non è in album di questo tipo che vanno cercati ritornelli facili o melodie memorizzabili all’istante, probabilmente siamo troppo esigenti: anche con queste parziali carenze ‘Heyoke’ rimane disco da consigliare a chi ha ancora voglia di cercare buona musica in bilico tra durezza e tradizione progressiva.

Voto recensore
7
Etichetta: AB REcords

Anno: 2001

Tracklist: 01.Come In / Curley
02.Perceptions Of Reality (The Beast)
03.Red Stained Childhood
04.Achtung Banditen!
05.Apo-Logy
06.Anna-Mae
07.Sententia

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