Heaven & Earth – Recensione: V

Trasudante classicità da tutti I suoi pori, “V” è un disco con i baffi. Quelli della camicia di un rassicurante Maurizio Costanzo (1988), quelli sfoggiati da Toni Iommi sulla copertina di “Black Sabbath for ukulele”, o ancora quelli di Magnum P.I. nella indimenticabile serie televisiva con Tom Selleck. Quei baffi che per alcuni erano, ed ancora sono, simbolo esibito di virile professionalità, barriera e resistenza alle mode, inno silenzioso ad una controcultura identitaria ed oggi orgogliosamente fuori dal tempo. Nell’incidere ondivago e festoso del nuovo disco degli Heaven & Earth si ritrovano un po’ gli stessi baffuti caratteri, con una registrazione dal sapore quasi live a fare da collante e contraddistinguere ulteriormente un’esperienza che certo non aspira a conformarsi, né a raggiungere vette di particolare raffinatezza. Al debutto nel lontano (!) 2000 e già autori di quattro dischi, gli Heaven & Earth sono oggi una band internazionale che vede al suo interno contributi italiani, ungheresi e britannici. Il basso di Lynn Sorensen è probabilmente l’unico elemento d’ordine (“Flim Flam Man”) in un quadro a volte gioiosamente anarchico che appare sempre aperto all’interpretazione grintosa di Gianluca Petralia (“One In A Million Man”), agli inserti delle tastiere ad opera di due diversi musicisti ed agli assoli di chitarra di Stuart Smith. All’interno di questo circo, nel quale trovano spazio sia episodi più energici che altri di impronta malinconica (“Beautiful”), un atteggiamento arrendevole e di totale abbandono alle note è quello che probabilmente permette di ottenere il massimo dall’esperienza di ascolto.

Dai tempi lunghi di “Never Dream Of Dying” o dalla sabbathianaPoverty” ci si lascia volentieri cullare, ma il trasporto richiede collaborazione. Come se, per avviare una bella auto, ci toccasse scendere per darle una spintarella. “V” non possiede infatti una grande eleganza negli arrangiamenti né può vantare una produzione cristallina, due fattori che richiedono di scavare tra i suoi solchi per trovare quel riparo melodico, quel sogno soffice che le sue canzoni possono regalare, quella sensazione di appagamento che con “V” sembra sempre sfuggire di mano a pochi secondi dalla meta. I differenti elementi che lo compongono, e specialmente quelli di abbellimento, suonano aggiunti, non perfettamente amalgamati, come note trascritte a bordo pagina invece che organiche parti del tutto: alcuni cori spuntano all’improvviso e privi di grazia, spesso gli interventi di tastiera si sovrappongono disordinati ed anche il drumming di Simon Wright, ispirato a tratti, appare spesso – ed ingiustamente – relegato a quel compito di accompagnamento che nelle scuole si affidava ai ragazzini meno talentuosi. Se i brani più diretti e meno pretenziosi funzionano che è una bellezza (“Nothing To Me”), a quelli di ispirazione più matura mancano un po’ di cura e di tempismo, anche se non conoscendo la genesi del disco rimane difficile esprimersi sulle cause o sulle possibilità di apportare un efficace correttivo. Forse che le diverse provenienze degli artisti abbiano creato dei vuoti di idee, delle indecisioni di stile, dei momenti nei quali nessuno appare veramente al comando della truppa ed in grado di indicare la direzione? Ma guarda, io questo non credo, direbbe Crozza nell’imitazione di un poco convinto senatore Razzi.

Al di là delle possibili congetture, questo disco così com’è suona un po’ acerbo, non perfettamente rifinito, e se da un lato queste caratteristiche potrebbero renderlo ancora più autentico, dall’altro la piattezza dei suoni fa di questo ascolto un’esperienza un po’ scolastica e castrata, anche quando le tracce più rock meriterebbero di esplodere in tutta la loro energia degna della migliore NWOBHM (“Ship Of Fools”). Al nuovo album degli Heaven & Earth va riconosciuto il merito di proporre su ciddì un condensato verace ed onesto di classicità rock, inadulterato e coraggioso nel suo proporsi in una forma grezza e diretta che non ne compromette la dolcezza sincera di alcuni episodi (“At The End Of The Day”), l’incisività atmosferica di alcuni passaggi (“Big Money Little Man”), il coinvolgimento ritmico che questa musica sana può dispensare ad ogni età, in ogni occasione (“Running From The Shadows”). Il problema è che la band stessa sembra voler cercare a più riprese una rifinitura che, benchè non realizzata, è chiaramente alla portata: le idee e la capacità di imbastire ci sono tutte, ora serve quel pizzico di personalità in più per trasformare questo linguaggio primordiale in un prodotto maturo ed abilmente complesso, espressione di una band finalmente coesa e sospinta da un’ambizione condivisa.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Drive 02. Beautiful 03. Never Dream Of Dying 04. Ship Of Fools 05. Poverty 06. Flim Flam Man 07. One In A Million Men 08. Little Black Dress 09. Big Money Little Man 10. Running From The Shadows 11. Nothing To Me 12. At The End Of The Day
Sito Web: heavenandearthband.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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