Ghost Iris – Recensione: Comatose

Comatose” riporta sulla scena metalcore i Ghost Iris con prepotenza ed aggressività. Dopo l’ottimo successo del loro terzo album “Apple Of Discord” nel 2019, seguito da vari tour in giro per il globo aprendo a band come Dream Theater, Jinjer ed After The Burial, il quartetto danese torna in studio per lavorare al loro quarto progetto, “Comatose” appunto, che vedrà la luce il 7 maggio 2021 per Long Branch Records. Il disco punta a seguire il percorso artistico intrapreso nel loro lavoro precedente, seppur alzando l’asticella per quanto riguarda la cattiveria dei pezzi. In questo fronte, l’album si distacca dal suo predecessore prendendo una strada più diretta, imbottigliando tutta la tecnica che i quattro hanno dimostrato in sei anni di carriera dentro a riffoni djent e breakdown spezzacollo. Questo però non va a togliere nulla dalla scrittura molto precisa e a tratti sperimentale della band, il tutto è in questo caso però condito da ancora più rabbia ed aggressività, che sicuramente non è da intendere come critica, anzi il gruppo dimostra un ulteriore crescita artistica nel rilasciare un lavoro così abrasivo ma allo stesso tempo così ragionato. Per chi non fosse in pari con la discografia della band, consiglio vivamente di dare un occhiata al loro intero catalogo in quanto tutte le loro uscite, che sia il progressivo debutto “Anecdotes Of Science & Soul” del 2015 o la sfuriata che si è rivelata “Comatose”, sono modellate con una metodica conoscenza del proprio talento e del genere che li raggruppa senza mai risultare banali o esagerate. Per non lasciare nulla di fraintendibile all’ascoltatore, il disco di apre con un intro dal nome che può essere tranquillamente utilizzato come password del vostro telefono, “(3815935)”, composto da feedback di chitarra e rullate di batteria, quasi a preparare chi si approccia al progetto per una sana dose di violenza messa a note, violenza che si presenta subito nella prima vera traccia “desert dread” che vede alla voce come guest Mark Hunter, di casa Chimaira, far compagnia al frontman dei Ghost Iris, il sempre straordinario Jesper Vicencio Gün.

Jesper rinnova il suo posto come uno dei cantanti con più potenziale della scena core mondiale, con screams che ricordano a tratti un Randy Blythe di altri tempi e growls quasi gutturali che fanno arrossire molti cantanti deathcore attuali. Uno dei suoi tratti distintivi per eccellenza però resta il comparto pulito, con un range veramente sorprendente che spesso mi ha portato alla mente Spencer Sotelo dei Periphery, sia come esecuzione che come scelta delle melodie (il ritornello di “cold sweat” è uno degli esempi più lampanti). Il disco procede senza sosta attraverso tracce come l’aggressiva “paper tiger” e la successiva “cult”, che accende i riflettori sull’enorme talento di Nicklas Grønlund Thomsen e Daniel Leszkowicz, che l’internet conta entrambi come chitarristi, nonostante le numerose apparizioni di un basso che sostiene perfettamente le batterie e mostra un suono davvero fantastico, bello pieno e ben inserito. Basso di nessuno a parte, Niklas e Daniel regalano una prestazione davvero matura ed originale nel contesto del genere a cui si ispirano. I riff sono sempre memorabili e ben scritti, come nel caso della sopra citata “cold sweat” o della pesantissima closer “power schism”, con un intelligente uso di intervalli non comuni negli accordi e di dissonanze sparse con criterio in tutto il disco. Il duo si lascia spesso anche andare in arpeggi melodici, come nel caso di “cult”, e fraseggi che accompagnano l’apertura del suono nei ritornelli.

Il guitar work di questo album mi ha lasciato davvero sorpreso, anche per una band con il talento dei Ghost Iris, che non ha mai dimostrato tutta questa maturità. “Former Self” è uno dei pezzi con più influenze hardcore nell’insieme di “Comatose”, probabilmente il pezzo che più mi è rimasto impresso e che più mi ha fatto salire l’adrenalina di tutto il progetto con il suo grezzo intro di feedback e batteria, suonata magistralmente da Sebastian Linnet, il quale non ha paura di prendersi spesso la scena durante i poco più di 35 minuti di durata del disco, con blastbeats e fills veloci e precisi, ed un tappeto di cassa che porta questo lavoro qualche gradino in su nella scala della cattiveria. La canzone si evolve in un crescendo di melodia per culminare in un finale fantastico, aperto e melodico. “Coda”, un altro esempio del nichilismo che dipinge i testi di tutto l’album, apre le porte a “Ebb/Flow”, l’unico pezzo che cala d’intensità per regalare una pausa necessaria dal caos che la circonda. Qui il talento dei quattro è in piena mostra, con assoli melodici ed un lavoro ambientale di chitarre che crea un atmosfera quasi eterea per supportare la serenata negativa di Jesper e le sue melodie sempre azzeccate. “Coma” invece si prende il merito di incattivire ancora di più il mood del lavoro con i suoi riff hardcore che sembrano usciti direttamente dagli anni 90 che seguono una piccola ma geniale introduzione con arpeggio e parlato (un sample di cui non ho riconosciuto l’origine, chiedo venia).
Mi sono approcciato a questo lavoro già a conoscenza del talento dei Ghost Iris, ma ne sono uscito comunque sorpreso dalla maturità con cui hanno saputo mettere insieme un disco così pesante. La produzione chiara ma bella pomposa, in linea con gli standard del genere, mista all’inventiva del quartetto fanno delle 10 tracce un must listen per chi è anche solo lontanamente interessato alle nuove proposte che il panorama metalcore ha da offrire. I ragazzi hanno talento e sono convinto che presto ne sentiremo parlare da molte più persone, con solo circa sei anni di carriera i Ghost Iris si sono assicurati un posto nel futuro del core e “Comatose” è un più che eccellente biglietto da visita per chi non ne era ancora convinto.

Etichetta: Long Branch Records

Anno: 2021

Tracklist: 01. (3815935) 02. desert dread (feat. Mark Hunter of Chimaira) 03. paper tiger 04. cult 05. former self 06. coda 07. ebb/flow 08. cold sweat 09. coma 10. power schism
Sito Web: https://www.facebook.com/GHOSTIRIS

Matteo Pastori

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Nerd ventiduenne appassionato di tutto ciò che è horror, bassista a tempo perso e cresciuto a pane e Metallica. La musica non ha mai avuto etichette per me, questo fa si che possa ancora sorprendermi di disco in disco, rendendo ogni giorno un po' meno pesante.

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