Foreign – Recensione: The Symphony Of The Wandering Jew Part II

The Symphony Of The Wandering Jew” è, ancora prima che un disco, un progetto nato nel 2014 che si potrebbe definire letterario per l’ampiezza e la complessità del suo racconto, così vasto e stratificato da promettere al pubblico un’esperienza nel tempo e nello spazio: dopo tutto, seguire nei secoli le gesta di un protagonista immortale non è di per sé cosa da poco, e farlo in musica coordinando i contributi di quasi quaranta musicisti aggiunge quel “pizzico” di complessità che al compositore e cantante Ivan Jacquin deve apparire irresistibilmente stuzzicante. Al pari del primo capitolo della saga, “The Symphony Of The Wandering Jew Part II” è un lavoro di dimensioni maestose: possiamo coglierle nella sua durata, che sfiora le due ore, nella buona pulizia dei suoi suoni, nella volontà di misurarsi con lunghi passaggi descrittivi che espongono il nudo momento al giudizio dell’ascoltatore. Al contrario di quei lavori nei quali ritmo e vigore appaiono un po’ fini a se stessi, quasi a voler distrarre da un’analisi più minuziosa, i Foreign propongono una rock opera fatta di cori e sussulti, di suggestioni classiche e dilatati racconti, elementi pienamente in grado di giustificare l’appartenenza dell’album al novero del rock differente. Ed è proprio in virtù della sua catalogazione che “TSOTWJP2” costringe ad adottare un metro di giudizio laterale per valutare l’efficacia del suo impatto.

Questo non è un disco fatto di assoli, ritornelli e cavalcate: è invece una colonna sonora dai toni epici che racconta di Ahasverus, l’uomo condannato all’immortalità per aver negato un bicchier d’acqua a Gesù Cristo sulla via della crocifissione, e lo fa con una sua chiara idea – vocale e cadenzata – di stile. Facile da seguire, dal momento che i suoi segmenti si susseguono in serie, piuttosto che essere collegati in parallelo, il lavoro dei francesi è un viaggio evocativo tra pianure deserte, riti magici e sanguinosi campi di battaglia, dipinto con i colori accesi dei suoi suoni rotondi e medievaleggianti. E’ un disco di sensazioni tattili e spiazzanti contrappunti, di tessuti e materiali, nel quale ci si compiace allo stesso modo per una ritmica dalle sonorità gravi e riverberate (“Rise 1187”), per la credibilità di una lentezza gotica e sinistra (“Running Time”) oppure ancora per il mestiere con il quale esso porta ritmiche thrash e delicate carezze di oboe ad una affascinante coesistenza all’interno dello stesso brano (“Revolutions”). L’immediatezza con la quale scatta il meccanismo di trasporto, se si sceglie di farsi trasportare dall’artificio scenografico, è notevole: le immagini che i Foreign riescono a tratteggiare, pur contaminando il racconto con sporadici tocchi power, sono nitide ed iconografiche, rimandando alle imprese dei Braveheart (1995) o dei Rob Roy (1995). Rispetto all’epica di un “Symphony Of The Enchanted Lands” (Rhapsody, 1998) c’è qui un rispetto filologico per il materiale dal quale il tutto trae ispirazione: archi, cori e strumenti a fiato risultano assolutamente prevalenti, con chitarre e batterie a fornire un supporto ritmico piacevole ma che nella prima parte del disco va raramente oltre un ruolo di contorno. Un approccio di autentica ricerca che nel corso dell’anno ho avuto il piacere di ritrovare in un altro bel disco italiano, anche se in quel caso i racconti erano inframezzati da parti strumentali in grado di andare oltre il power per intensità e temperature.

Se questo disco rimane in piedi, mantenendo alto l’interesse per tutta la sua estensione e nonostante il suo approccio purista ed ortodosso, lo si deve soprattutto alla solidità delle sue strutture portanti: se della produzione cristallina abbiamo già detto, non sono da meno le interpretazioni delle voci femminili e maschili, la tagliente fisicità delle parti arpeggiate/pizzicate, così come la discrezione necessaria della sezione ritmica. Al pari di un’opera classica, “The Symphony Of The Wandering Jew Part II” è un lavoro che andrebbe ascoltato ogni volta dall’inizio dalla fine, tanto i suoi episodi riescono ad intrecciare un racconto quando riprodotti in successione: nonostante nella seconda parte della scaletta vi siano tracce di matrice più immediata (“Mysteries To Come” è una sorpresa prog bella ed orecchiabile alla Vision Divine, “Witness OF Changes” mi ha ricordato l’impalpabilità struggente dei The Gathering di Nighttime Birds, mentre “Secrets Of Art” potrebbe essere una bella canzone di Tarja solista, finalmente), questo è un ascolto da intraprendere con calma e dedizione, alla ricerca delle sfumature che i suoi colori all’apparenza accesissimi nascondono. Il connubio perfettamente bilanciato di forma e sostanza, la tecnica non ostentata e la totale assenza di qualsivoglia banalità – tanto nelle parti storiche quanto in quelle finali di respiro più moderno ed aggressivo – sono un’ulteriore riprova che durante la realizzazione di TSOTWJP2 le stelle si sono allineate: alla band transalpina il merito di aver saputo trascrivere in note ed immortalato in decibel la magia rara e senza tempo di questo allineamento.

Etichetta: Pride & Joy Music

Anno: 2020

Tracklist: 01. Yerushalaïm, 02. Rise 1187, 03. Mariner of all seas, 04. Holy Lands, 05. Eternity Part III, 06. Running Time, 07. The Fountain, 08. Mysteries To Come, 09. Secrets of Art, 10. Symphonic Caress, 11. Eternity Part IV, 12. Revolutions. 13. Witness of Changes
Sito Web: facebook.com/foreignrockoperaofficial

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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