Devils In Heaven – Recensione: Rise

L’etichetta tedesca AOR Heaven sembra aver scovato, con la pubblicazione di “Rise”, una bella storia di esotismo e lieti fini: i Devils In Heaven sono infatti una rock band proveniente dalla lontana Tasmania, attiva e di qualche successo televisivo nei primi anni novanta e poi inesorabilmente spazzata via dall’ondata grunge, che evidentemente non ha risparmiato l’hard rock più classico – colpevole di un mix troppo positivo di cotonature, colori sgargianti e gioioso sessismo – nemmeno a quelle latitudini. Cinque fitte pagine di note autobiografiche ti fanno capire, anche senza leggerle (tutte), che a questo gruppo la storia non manca, che c’erano delle premesse e delle cose da raccontare, dei progetti con qualche fondamento e tutta una materia prima di fatti e speranze che non aspettavano altro che essere tradotti in musica. E invece, puf. Le operazioni di comeback sono oggi all’ordine del giorno, ma qui si ha davvero l’impressione di riscoprire una chicca a molti sconosciuta, sottovalutata e per la quale il ritorno assume anche il significato di una rivalsa nei confronti del mercato, delle mode, della vita. Sulle note dell’openerLiberation” riprende dunque il largo un rock quadrato e malinconico, di quello alla Tyketto che racconta gli struggimenti e le fatiche, l’amore capace di salvarti ed una quotidianità universale nella quale in molti, anche a distanza di anni, potranno riconoscersi.

Benchè non propriamente opulento dal punto di vista produttivo, con i suoni che tendono ad appiattirsi un po’ tutti ed una generale mancanza di dinamica, “Rise” è un disco fresco e di energia ordinata, caratterizzato da un discreto drive melodico (“All Night”) ed una grammatica che possiamo ritrovare in tutti i prodotti di genere: con tastiere onnipresenti, gradevoli assoli di chitarra (“Dreams”) e cori in grado di rinvigorire con piglio anche i momenti meno memorabili (“Ships In The Night”), l’ascolto prosegue fluido e le tracce si susseguono veloci, inoffensive ma senza scadere in un eccessivo anonimato. Brano dopo brano, si capisce che il concetto di rock melodico – così come almeno lo intendono i Devils In Heaven – non ha conosciuto alcuna evoluzione in questi trent’anni: refrattario nei confronti di una qualsiasi contaminazione moderna, il disco propone uno stile onesto e superato da pubblicità del deodorante, fissando qua e là qualche buona idea ma sempre felice di mantenere ogni proposta ad un livello di accomodante, radiofonica superficialità (“Listen To My Heart”). Accade spesso che le canzoni contenute in “Rise” assomiglino più all’appunto di una buona idea, che non ad una canzone sviluppata nella sua pienezza: alcune conclusioni appaiano particolarmente brusche ed affrettate come se, una volta trascritta l’intuizione nella sua forma embrionale, si rimandasse ad un’occasione futura lo sviluppo della canzone, quella vera che ci rimane da ascoltare. Se una sensazione di questo tipo lascia perplessi, soprattutto in virtù dei trent’anni che questo disco si è preso per arrivare sul mercato, va detto che nei rari momenti in cui la forma del brano sembra quella definitiva, il quintetto si dimostra allora un abile confezionatore di buona musica: “Ain’t It A Wonder” è una ballad squisita, “Simple Man” travalica con adulta sensibilità i confini di questo pop/rock e “Your Beating Heart” ha una splendida linea di basso, che un po’ ricorda le sigle italiane dei nostri vecchi cartoni animati.

Con i suoi quasi sessanta minuti di assortite dolcezze “Rise” è un album generoso, che ci riporta ai tempi di un rock di belle emozioni, colori accesi e poche attillate pretese. Sebbene la sua origine lontana non si traduca in elementi di particolare originalità, esso offre una scaletta di qualità omogenea e consistente, una coerenza di fondo che gli dona una qualche identità, un passo lieve ed imperturbabile che gli permette di affrontare anche le critiche con la semplicità disarmante della sua copertina. Forse per apprezzarlo pienamente bisognerebbe tornare all’ingenuità pop ed alla fiducia tinta di rosa di quegli anni, durante i quali alla musica si chiedeva solo di accompagnare il buono che già pensavamo di respirare nell’aria. L’avvento del grunge prima, e di trent’anni di accadimenti poi, condannano questa musica e questo prodotto a vivere in una bolla di ricordi e rimpianti: una combinazione dormiente che fa parte di ognuno noi, ma che non sempre abbiamo il tempo e la forza di tirare fuori da quello scomodo cassetto.

Etichetta: AOR Heaven

Anno: 2021

Tracklist: 01. Liberation 02. The Night Is Over 03. Take Me 04. Ain’t It A Wonder 05. Ships In The Night 06. Say A Prayer 07. Age (Simple Man) 08. All Night 09. Listen To My Heart 10. Dreams 11. Your Beating Heart 12. Heart, Mind & Soul 13. Ships in The Night (1990 version, bonus track) 14. Aint It A Wonder (1990 version, bonus track)
Sito Web: aorheaven.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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