Dennis DeYoung – Recensione: 26 East – Volume 2

Già frontman degli Styx, Dennis DeYoung completa con “26East: Volume 2” un lavoro che diventerà, secondo le intenzioni dello stesso cantante statunitense, il suo definitivo saluto al mondo della musica registrata. Composto ancora una volta con la collaborazione di Jim Peterik, grazie al cui testardo e decisivo impulso si deve proprio la realizzazione di questa agrodolce opera di commiato, il disco ha offerto anche l’occasione di riunire idealmente attorno a DeYoung una schiera di artisti – se ne contano quasi una ventina, tra i quali Tom Morello dei Rage Against The Machine – che con il loro esserci sembrano aver omaggiato una carriera lunga cinquant’anni, diventati un punto di osservazione privilegiato sulle tante e differenti strade intraprese dal rock. Avendo già avuto l’opportunità di commentare la prima parte di questa opera, riprendere le fila del discorso con l’ascolto di “Volume 2” diventa la continuazione di un lavoro interessante, all’ulteriore scoperta di un interprete prolifico e dalla riconoscibile personalità. L’apertura sbarazzina di “Hello Goodbye” ci riporta ai tempi della Swinging London, con le sue ritmiche scandite da sonagli, trombe e battiti di mano: difficilmente lo si potrebbe definire rock, almeno nell’accezione decisamente croccante che gli riconosciamo più spesso da queste parti, ma il brano ha ritmo e vitalità, con l’aggiunta di quel senso di libertà e vento tra i capelli (anche in “St. Quarantine”, con tutta l’attualità del suo testo) che ci riporta ai sapori ribelli del secolo scorso.

Fin dalle sue prime battute questo secondo capitolo sembra volersi attestare proprio a cavallo tra anni sessanta e settanta, fotografando un rock nel suo promettente divenire. Le tracce si fanno sempre più robuste, effettate e complesse mano a mano che ci si addentra tra i dodici episodi in scaletta, con il racconto che si articola in modo lineare ed arioso, seguendo una progressione che non suona mai forzata. Quasi a simulare una stratificazione stilistica dovuta al passare degli anni, troviamo ad ogni nuova canzone un diverso effetto di chitarra, una ritmica più groovy oppure ancora un assolo di tastiera o chitarra dallo stile finalmente più duro (“There’s No Turning Back Time”, “Little Did We Know”), come se ogni elemento fosse una pennellata attraverso la quale formare un quadro che è somma, ricordo ed – in alcuni casi – anche nostalgia e rimpianto (“Your Saving Grace”). DeYoung è naturalmente mattatore, e la sua interpretazione pulita è perfetta per raccontare cantando, con un’espressività che assomiglia più a quella di un attore prestato al canto, che non viceversa. Sono proprio questa carica interpretativa da prog italiano (“The Last Guitar Hero”) e degna di un Rocky Horror Picture Show senza l’horror, unita ad un genuino e divertito coinvolgimento, a costituire il valore aggiunto del disco: nonostante da un punto di vista musicale la maggior parte del materiale non si spinga oltre un ricercato e talvolta poco originale argomento melodico (“Made For Each Other”), la coesione con la quale tutto è tenuto insieme trasmette una elegante sensazione di scopo e solidità. Di quel tipo di ordine che i pensionati apprezzano quando passano ore davanti al cantiere, perdendo volentieri la concezione del tempo tra i movimenti ipnotici di un lavoro ben organizzato.

Le costruzioni orchestrali (“Proof Of Heaven” e soprattutto a conclusiva “Isle Of Misanthrope”) sono i momenti nei quali la naturale capacità di sintesi trova la sua espressione più naturale ed immediata: DeYoung e la sua nutrita band danno davvero l’impressione di possedere un talento compositivo innato che permette al difficile di suonare facile, al complicato di suonare immediatamente cantabile, all’orchestrale di essere fischiettato senza pensieri mentre si torna con due etti di prosciutto dal supermercato. Più contemplativo e didascalico rispetto al suo predecessore, “26East: Volume 2” si fa ancora una volta apprezzare grazie al tocco sempre dolce con il quale le sue note si posano sulle varie declinazioni della musica d’autore. Album di qualità intrinseca e per nulla ostentata, capace di restituire all’arte una centralità adulta e silenziosa, questo secondo volume offre un’esperienza probabilmente non imprescindibile ma che completa, con la piacevolezza rotonda del suo quadro d’insieme, il percorso di addio alle scene cominciato l’anno passato.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. Hello Goodbye 02. Land Of The Living 03. The Last Guitar Hero (Featuring Tom Morello) 04. Your Saving Grace 05. Proof Of Heaven 06. Made For Each Other 07. There’s No Turning Back Time 08. St. Quarantine 09. Little Did We Know 10. Always Time 11. The Isle Of Misanthrope 12. Grand Finale
Sito Web: dennisdeyoung.com

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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