Judas Priest – Recensione: Demolition

Sarebbe divertente iniziare questa recensione spiegando in lungo ed in largo come sia estremamente divertente (e, sia detto per inciso, ancora più divertente per i “vecchi” fans dei Priest) vedere una band di ultracinquantenni che continua ad essere molto più fresca, vitale e rilevante di tutti i centomila “difensori della fede”, che, alla ricerca di un successo commerciale servito su un piatto d’argento, continuano a rifare i Priest dei primi anni ’80 in modo pedissequo e stantio. Insomma – nello stato normale delle cose dovrebbero essere i vecchietti a ripetersi, e i giovani virgulti invece dovrebbero buttarsi alla ricerca di suoni innovativi. Giusto? Giusto un corno – il mondo continua ad essere a forma di banana, e quindi ecco i Priest (come i Testament l’anno scorso) dare lezioni di stile, e il resto del mondo batte il passo e prende nota…

Potrei andare avanti così per ora, ma “Demolition” è un disco che non si merita tutte queste chiacchere – si merita l’acquisto e l’ascolto immediato. Ora, adesso, subito. Signori, questo è un disco bello come “Painkiller”, bello come “Defender Of The Faith”, bello come “Sad Wings Of Destiny”. Magari meno rivoluzionario di questi dischi, ma non importa – i Priest sono qui per spaccarvi i timpanti, alzarvi il livello dell’adrenalina, farvi sognare. Di questi tempi non è poco.

Il segreto? Il solito: grandi riff (memorabile quello di “Blooduckers”), precisione, energia, e pochissimo rispetto per le aspettative del pubblico. Sarebbe stato facile rifare “Jugulator”, e probabilmente non sarebbe stato sbagliato. Certo, quel disco fece storcere il naso a qualcuno – troppo grezzo per i Priest, forse troppo ammiccante al “nu metal”. Ma era pur sempre un grande disco che aveva conquistato al gruppo di Tipton e Downing il cuore di nuovi fans – sangue giovane, qualcosa di cui i gruppi “classici” hanno un disperato bisogno. Con molta intelligenza, i Priest hanno scelto di mostrare che sono in grado di essere cattivi E melodici come nessun altro. In fondo, quello che distingue i grandi dalla massa (ebbene si, facciamo per una volta un po’ di sano elitismo) è l’alchimia, la chimica del suono (ma non l’artificialità – non basta un buon produttore per fare un grande disco). Pezzi come “Machine Man” e la succitata “Bloodsuckers” sono pezzi che, fin dall’inizio, trasudano personalità, ma comunicano un mood particolarissimo – quasi introspettivo – che, se devo essere sincero, non ricordavo dai tempi di “Killing Machine”. Per contro, i brani più d’impatto (e qui ci mettiamo in testa la mostruosa “Metal Messiah”) mai una volta scadono nel trito. Lo so quello che state per dire: se un pezzo piace, chissenefrega se è la milionesima copia della milionesima volta che è stato scritto. Non è vero, e “Metal Messiah” (ma anche “Feed On Me” e “Cyberface” con la sua struttura circolare) lo dimostrano. Uno su un milione ci riesca, e di band come i Judas ne nasce una su un milione.

“Demolition” suona benissimo – per la seconda volta Tipton è dietro la console – senza essere leccato ne superprodotto. Glenn e K.K. Downing sono in gran forma, e Ripper ormai dovrebbe aver convinto anche i più scettici. Dal vivo questa band non si discute. Ed è veramente triste – ma allo stesso tempo singolarmente confortante pensare che i Priest riescano a fare dischi così anche senza un’icona assoluta del metal come Rob Halford. Per la serie – il passato è passato, solo che guarda avanti sopravvive… Comprate questo disco, comprate questo disco, comprate questo disco….

Voto recensore
9
Etichetta: Spv / Audioglobe

Anno: 2001

Tracklist:

Machine Man / One On One / Hell Is Home / Jekyll And Hyde / Close To You / Devil Digger / Bloodsucker / In Between / Feed On Me / Subterfuge / Lost And Found / Cyberface / Metal Messiah


0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Login