Cannibal Corpse – Recensione: Violence Unimagined

Una domanda sorge spontanea dopo aver ascoltato “Violence Unimagined”: ma è davvero stato l’ingresso di Erik Rutan o il nostro ha avuto solo la fortuna di capitare nel bel mezzo di quello che è il miglior disco dei Cannibal Corpse da 15 anni a questa parte? Forse non lo sapremo mai, ma entro un certo limite poca importa, quello che conta è che dopo aver bucato di netto (almeno per quanto mi riguarda) con un lavoro poco ispirato come “Red Before Black” i Cannibal Corpse tornano prontamente con questo disco a fare ciò che riesce loro meglio… vale a dire picchiare sulla viva carne come dei macellai impazziti e spruzzare sangue tutto intorno con un bel ghigno malefico dipinto sul volto. Non che ci sia molto da dire sulle singole composizioni; nel senso che l’arsenale a disposizione dei nostri è ben noto e non c’è nessuno sano di mente che possa aspettarsi dalla band una qualche variazione sostanziale. Proprio per questo però il confine tra un album avvincente come questo e una mezza delusione è lo stesso che passa tra un ace di seconda sulla riga e un doppio fallo.

In questo caso siamo sicuramente dal lato buono del campo, visto che tutto pare funzionare nel migliore dei modi. Si parte dalla produzione, visto che il citato Erik Rutan, già presente su tutti gli ultimi dischi della band in questo ruolo, ha fatto davvero un lavoro notevole. Immaginiamo che in questo un po’ possa aver aiutato l’essere stato maggiormente coinvolto nella band, comunque se “Violence Unimagined” gode di un equilibrio perfetto tra potenza, amalgama di suono e il giusto timbro dark, è ovviamente anche merito suo. Un altro fattore che rispetto al recente passato pare tornato quasi al livello di eccellenza è il growling di George Fisher, forse non più in grado di competere con la migliore versione di se stesso, ma indubbiamente molto più a suo agio su queste nuove canzoni che sul materiale degli ultimi lavori.

E proprio questo pare essere il punto centrale di tutto il ragionamento: la canzoni, come detto, girano più o meno introno agli stessi schemi di sempre, ma sono dannatamente riuscite e scorrevoli. Tanto che, una volta cominciato ad ascoltare il disco investendo la giusta attenzione (che mica avete messo sullo stereo l’album da grammy awards di Dua Lipa), diventa impossibile staccarsi, finendo trascinati in un vortice di riff, rallentamenti, ripartenza fulminanti, groove assassini che ci porta direttamente alla fine di “Cerements Of The Flayed”. Una ricetta che i nostri sanno preparare con la stessa maestria di uno chef stellato, ma che questa volta è riuscita davvero alla perfezione.

Etichetta: Metal Blade

Anno: 2021

Tracklist: 01. Murderous Rampage 02. Necrogenic Resurrection 03. Inhumane Harvest 04. Condemnation Contagion 05. Surround, Kill, Devour 06. Ritual Annihilation 07. Follow the Blood 08. Bound and Burned 09. Slowly Sawn 10. Overtorture 11. Cerements of the Flayed

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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