Big City – Recensione: Testify X

Giusto per sgrombrare il campo da equivoci, ed alimentare le speranze, Frontiers Music presenta I Big City come una band proveniente dalla Norvegia ed in grado di rievocare (dolci) ricordi di Firewind, Queensryche, Magnus Karlsson’s Free Fall, Europe e Fair Warning. Fondati in origine dal chitarrista e compositore Daniel Olaisen per infondere nuova vita a idee e riff trascritti nel corso degli anni, autori nel 2014 di “Wintersleep” e nel 2018 di “Big City Life”, i nostri hanno cominciato a lavorare sul terzo album nel 2019, il primo che vede l’ingresso in formazione del cantante Jørgen Bergersen. Se anche l’accostamento ai Queensryche suona un po’ corsaro, perchè i Big City sembrano interessati ad un approccio meno narrativo, la formazione esibisce sicurezza e personalità marcate, innescando in ogni traccia una curiosa miscela di hard, melodic e power metal. Niente a che vedere con l’AOR, però, e così accostare questo album all’ottimo “Big City” dei nostri Elektradrive (1993) si riduce ad un inutile – ma evidentemente irresistibile – citazionismo. Se voce ed assoli appaiono qui improntati a linearità e pulizia, secondo il più candido stile scandinavo, la sezione ritmica possiede un eclettismo e sprigiona una fisicità (“Winds Of The Road”) capaci di donare a “Testify X” quel qualcosa in più. “Ambrogio, la mia non è proprio fame”, diceva negli opulenti anni ottanta la signora dello spot dei cioccolatini: allo stesso modo, quella che si cerca di appagare con l’ascolto di questo prodotto non è propriamente una voglia di metal, quanto un appetito per una combinazione moderna che – soprattutto in alcuni momenti – funziona bene.

Il primo effetto di questo cocktail è che nessun elemento suona troppo simile al modello al quale si ispira: in un brano come “Dark Rider”, ad esempio, le melodie ci sono ma non sono mai troppo dolci; gli intermezzi ci sono anch’essi ma non offrono una suggestione davvero cinematografica; i cori rispondono presente!, ma da trascinanti non diventano mai realmente epici; gli assoli di chitarra, infine, sono tecnicamente riusciti ma senza davvero prendere il volo né elevare significativamente il livello di una buona canzone. Nonostante il bel lavoro fatto per raggiungere una convincente sintesi di stili, a “Testify X” manca il senso della priorità: quando tutto si mischia con tutto (“Graveyard Love”), il risultato assomiglia a quei milkshake nei quali frulliamo dentro di ogni, e che non sarebbero affatto malaccio… se potessimo almeno definirne il sapore. A differenza di altri shake e dischi palesemente irrisolti, però, “Testify X” non dà l’idea di un prodotto dallo stile indeciso, o di intenzioni precarie. Le sue trame rimangono volutamente rigorose (“Testify”), i suoi chorus mai esageratamente ammiccanti, le sue durezze sempre arrotondate (“Running Away” possiede addirittura qualcosa di In Flames e Testament) per accogliere tra le sue note un ascoltatore in più. La genesi consapevole di questo compromesso in salsa norvegese, così ben integrato nella natura stesso dell’album, gli permette in più occasioni di rappresentare un pregio, piuttosto che una rinuncia machiavellica: qui il fine non giustifica i mezzi, ma la volontà di valorizzare mezzi espressivi differenti sfocia con naturalezza in un fine che separa la proposta dei Big City da una buona parte delle uscite contemporanee.

C’è un elemento di ricerca e di rischio che caratterizza tutte le cose autenticamente rock (come i Maneskin quando hanno cantato per la seconda volta “Zitti e Buoni” all’Eurovision, nella versione non censurata) e che certifica, come in una sorta di Green Pass rilasciato dal Ministero di metallus.it, che questa band ha davvero la volontà di iniziare un percorso, abbattendo qualche barriera e scegliendo un paio di strade meno battute (“Conception”), quando non dichiaratamente pericolose. Portatore di un’asciuttezza melodica ed a tratti raffinata, il terzo lavoro del quintetto norvegese si apprezza di più con la testa che con le orecchie: se anche la ricercata medietà delle sue virtù appare come il frutto di una sapiente opera di bilanciamento ed intelligente sottrazione, la scarsa incisività delle sue linee melodiche, alcuni momenti inutilmente prolissi (“Heart’s Like A Lion”, che in ogni caso è ben poca cosa rispetto alla “How Dark Does It Get” di commiato) e la sua produzione all-inclusive hanno la stessa e divisiva probabilità di sedurre, confondere oppure respingere. Ne varrà la pena? Ai posteri, ed ai poster delle band che mi auguro troveranno ancora posto sulle vostre pareti, l’ardua sentenza.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2021

Tracklist: 01. The Rush 02. Dark Rider 03. Testify 04. I Will Fall 05. Running Away 06. Conception 07. Winds Of The Road 08. Heart's Like A Lion 09. Graveyard Love 10. How Dark Does It Get
Sito Web: facebook.com/bigcitynorway

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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